giovedì 4 settembre 2014

Nuove scarpe, vecchie canzoni



Dovrei guardare dove metto i piedi, lo so. Anche se il sentiero è facile, farsi male in discesa è un attimo. Una buca, una pietra, del fango e ti ritrovi gambe all’aria.
Ma le scarpe nuove mi danno una sicurezza del tutto diversa. Quelle vecchie mi hanno definitivamente abbandonata ieri, lungo il sentiero che sale in vetta al Mont Chetif, un itinerario poco impegnativo per me, evidentemente non per un paio di scarpe con alle spalle sei anni di onorato servizio.
Quanta tenerezza mi hanno fatto, così rotte, vecchie e sporche, con il goretex strappato in più punti e la suola così consumata da non aderire neppure al più semplice dei terreni.
Mi sono sembrate così tristi, con il loro colore grigio topo e le stringhe ormai sfilacciate, attempate compagne di mille passi su e giù per pietre e sentieri, alla scoperta della montagna nei suoi mille aspetti, tristi quasi fossero consapevoli di essere giunte al capolinea, quasi capissero che stavano per essere sostituite da un paio di scarpe nuove di zecca, leggere, colorate, allegre, che ho dovuto acquistare perché non potevo proseguire la vacanza senza scarpe!
Ho salutato le scarpe rotte col doveroso rispetto che meritano delle vecchie amiche e, indossate le nuove e sgargianti compagne di cammino, mi trovo ora a percorrere un tratto dell’alta via n°2 della Valle d’Aosta, nel punto che dal rifugio Elisabetta scende a Courmayeur.
Il freddo pungente incontrato sul Col de la Seigne ha lasciato il posto ad un tiepido sole che non riesce a scaldare troppo l’aria frizzante di una stagione poco favorevole dal punto di vista meteorologico, ma che comunque mi permette di chiudere nello zaino la giacca da snowboard. Anche il vento è calato non appena abbiamo oltrepassato il rifugio Elisabetta.
Le Pyramides Calcaires, imponenti isole di puro calcare bianco in quel mare di granito che è il Massiccio del Monte Bianco, sono ormai alle nostre spalle, così come l’Aiguille des Glaciers, l’Aiguille de Trélatête e il loro ghiacciaio di Lex Blanche.
Ogni tanto mi volto ad osservare la distesa erbosa che racchiude tutte le tonalità del verde, punteggiata dai bianchi, viola e gialli dei fiori, dagli spinosi cardi e abitata prevalentemente da timide marmotte, che in questo luogo così timide non sono, ma sbucano curiose a gruppi di quattro o cinque per poi scomparire veloci quando i nostri piedi umani sono a pochi metri da loro.
La parte più difficile del tracciato è superata. Davanti a me la valle comincia a declinare più dolcemente, solcata da un reticolo di rigagnoli azzurri, più o meno ampi, che interrompono il verde intenso dei prati. Vedo la strada, una serpeggiante striscia marrone, che diventa grigia in prossimità delle prime conifere.
Dovrei guardare bene dove metto i piedi, ma non riesco a staccare gli occhi dal paesaggio che ho davanti: le imponenti vette del gruppo del Monte Bianco si stagliano nitide contro un cielo di un azzurro tanto intenso da far quasi male allo sguardo. Davanti a me l’Aiguille Noire, scura, aguzza, imponente e severa, dietro la quale, più rotonde e massicce, ma altrettanto maestose compaiono le Aiguilles Blanches, scintillanti di neve e ghiaccio; alle loro spalle si intravvedono le cime più alte delle Grandes Jorasses, e poi ancora il Monte Bianco, parzialmente coperto dalle vette più vicine, il Grand Combin, il più modesto Mont Chetif … una vista tanto spettacolare da togliere il fiato.
Io e le mie socie di trekking camminiamo ormai da cinque ore. Non ho idea se anche loro provano lo stesso attonito stupore, la stessa meraviglia che mi azzera le parole, ma da un paio d’ore a questa parte tra noi è calato il silenzio. Io mi sto godendo la camminata, la fatica, il sole e il paesaggio, e credo che anche loro siano nel mio stesso stato d’animo.
Ad un tratto Miriam inizia a canticchiare una vecchia canzone italiana, forse per interrompere l’assenza di dialogo, forse per non pensare alla fame e alle gambe stanche, e alle due ore di cammino che ancora ci attendono; immediatamente la seguo e nel giro di pochi istanti cantiamo a squarciagola, più o meno a tempo, più o meno intonate, non badando agli altri escursionisti che ci guardano attoniti e un pochino divertiti. Clara, che non parla italiano e non conosce la canzone, ci ascolta ridendo.
Cantiamo e cantiamo, Vasco, Mina, Vecchioni e De Gregori; cantiamo e cantiamo, e intanto i piedi vanno, un passo dopo l’altro, un metro dopo l’altro.
La strada si fa più agevole e si immerge nel bosco di conifere via via che scendiamo verso Courmayeur. L’Aiguille Noire si avvicina, si fa più imponente e maestosa. Non posso fare a meno di pensare a quanto mi piacerebbe scalarla, a quanto mi piacerebbe posare mani e scarpette su quella guglia di granito nero che non sarò mai in grado di salire. E mentre i miei occhi la frugano, ricercando le linee logiche di salita, raggiungiamo l’albergo, la nostra destinazione, posto proprio sotto il ghiacciaio della Brenva.
Un saluto a Clara, compagna improvvisata, poi io e Miriam saliamo in stanza. Una doccia veloce, un riposino e poi … Pizza!!


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giovedì 7 agosto 2014

Miao Miao



Mercoledì pomeriggio, un mercoledì qualunque di un luglio che sembra ottobre. Dalle finestre vedo il cielo minacciare pioggia, come quasi tutti i giorni ultimamente e io, seduta in ufficio davanti al pc, mi sto annoiando della quotidiana routine.
Accanto a me il cellulare trilla con cadenza quasi regolare. So che non dovrei, ma Whatsapp mi tiene costantemente in contatto con il mondo esterno, e mi salva spesso dall’apatia che colpisce nelle settimane estive che precedono le agognate ferie.
Il suono stupido, che imita una freccia scagliata, e il led viola mi avvisano che un nuovo messaggio è arrivato.
Termino quello che sta facendo e poi apro l’applicazione.
Un messaggio sul gruppo della Pole Dance. Noi polers siamo un gruppo numeroso e attivo, e scriviamo spesso, a turno, sia che si tratti di informazioni di servizio, sia per enormi cavolate, e per le cavolate, modestamente, sono una di quelle più attive.
Questa volta a scrivere è Lucia: “Erica, ma è vero che ti esibisci sabato 26 alla serata per il gattile?”. Che? Non ne sapevo nulla.
Dallo scambio di messaggi tra le due, scopro che Lucia è volontaria al gattile e che sta organizzando una serata benefica il prossimo 26 luglio a Galliate e che Erica si esibirà. Lucia chiede poi a noi ragazze presenti sul gruppo se vogliamo partecipare come modelle alla sfilata. Io che in queste situazioni mi trovo sempre abbastanza a mio agio, dopo essermi assicurata che non stiano cercando top model, perché chiaramente non lo sono, accetto di buon grado, allettata dalla prospettiva di una serata diversa dal solito e dall’idea di fare qualcosa di buono per i mici.
Quindi … che sfilata sia!!
Nei giorni seguenti vengo contattata dalla dottoressa del gattile che mi da tutte le informazioni necessarie; a quel punto non mi resta che andare a provare i vestiti. Sono previste tre uscite: una in pigiama (!!!), una in abbigliamento casual e una elegante.
I pigiami li fornisce per tutte le ragazze un unico negozio, l’Intimo SottoSopra di Trecate. Lì, con l’aiuto di Ornella, la simpatica proprietaria, trovo una camicia da notte blu che mi fa sembrare un po’ Wendy, e che proprio per questo mi piace tantissimo!
Gli altri abiti, invece, vengono forniti da tre negozi, di Galliate e Trecate. Io scelgo, del tutto casualmente lo ammetto, Rosso Porpora di Galliate. Lì, per l’uscita casual, trovo un paio di bermuda rossi e una maglietta stampata, che a dire il vero mi convincono poco, e per l’uscita elegante un abitino in pizzo beige di cui, invece, mi innamoro appena lo indosso: è decisamente il mio stile e sono quasi tentata di dire alla proprietaria che vorrei comprarlo, poi guardo il prezzo e decido che non me lo posso permettere …
Il martedì abbiamo una riunione al gattile, dove conosco Cristina, un’altra poler reclutata per la sfilata, e dove ci spiegano un po’ più in dettaglio come si svolgerà la serata.

Infine arriva il sabato, che meteorologicamente non si smentisce: mi sveglio con un cielo plumbeo, la pioggia che cade fitta e un freddo che fa poco sperare per la riuscita della serata.
Ma come si dice? The show must go on, e alle dieci meno un quarto ho appuntamento con Cristina per andare dal parrucchiere a Pernate ad iniziare i preparativi. Arriviamo presto e ci concediamo caffè e cappuccio al bar, prima di metterci nelle mani di coloro che dovranno trasformarci in “modelle”.
Io sono fortunata: alla fine esco solamente con i capelli lisci, sulla cui durata ho notevoli dubbi vista la giornata uggiosa. A Cristina, invece, vengono lasciati i bigodini in testa, con i quali dovrà convivere fino a sera!

Terminata questa prima fase, abbiamo appuntamento al castello di Galliate alle 15.30 per le prove generali della sfilata.
Arrivo nella piazza del castello con circa quindici minuti di anticipo e con il sole incredibilmente apparso sopra le nostre teste. Intercetto Cristina, anche lei in netto anticipo, e cerchiamo di capire da quale parte si entra. Ci tocca fare tutto il giro del castello prima di capire che la serata si svolgerà in un cortile sul retro. Molto bene!
Alla spicciolata arrivano tutte le ragazze e iniziamo con le prove. Componiamo i gruppi dei negozi, gli abbinamenti tra ragazze e con i bimbi. Per l’uscita casual vengo abbinata ad una bimba, Gaia, vispetta e tenerissima, che mi rimarrà appiccicata per tutta la sera; in pigiama sfilerò da sola, a piedi nudi, tenendo in braccio il mio adorato orso di peluche, sembrando ancora di più l’amica di Peter Pan; invece per l’uscita elegante sarò l’ultima insieme ad uno dei mini-boys, scelta obbligata vista la mia altezza mignon.
Proviamo e riproviamo le uscite e il finale, con e senza musica; sbagliamo noi ragazze, sbagliano i dj, e ogni volta ricominciamo; proviamo per quasi tre ore. Io sono già stanca e ancora dobbiamo essere pettinate e truccate; sono già stanca e ancora deve iniziare tutto. La serata si annuncia lunga e frenetica; temo di non ricordarmi nulla di quello che devo fare, ho paura di cadere dai tacchi, visto che le assi del palco sono abbastanza sconnesse; fortunatamente non sono l’unica con queste paure: l’ansia generale comincia a crescere, ma cerchiamo di esorcizzarla ridendo.
Io e Cristina decidiamo di andare a fare un veloce aperitivo al Due Colonne, giusto per mangiare qualcosa, e lei, super temeraria, gira per Galliate con i bigodini in testa!
Quando torniamo sono già al lavoro la truccatrice e i parrucchieri. Ci mettiamo in coda in attesa di essere preparate, ma i minuti passano inesorabili e inizia a salire il panico: c’è chi non si ricorda più cosa deve fare, chi ha paura di fare una figuraccia, chi spera non ci sia nessuno che conosce tra il pubblico.
Per quanto mi riguarda, alle sette Gabriele mi scrive su whatsapp dicendomi che sta arrivando, munito di macchina fotografica, anche se un po’ in anticipo. Vista la fila di ragazze che devono farsi truccare prima di me esco un attimo e sto un po’ fuori con lui, così mi rendo realmente conto di come sarà il palco addobbato, dove sarà la giuria e tutto quanto.
Rientro dietro le quinte abbastanza per tempo, ma sono già quasi le nove quando riesco a farmi truccare e finire di acconciare i capelli. Velocemente metto il pigiama, afferro l’orso e sono pronta.
Siamo tutte pronte e siamo in attesa. Immaginavo si tardasse, ma alle nove e un quarto non ci sono ancora segni che la serata debba iniziare.
Sappiamo che Edoardo Raspelli, presidente di giuria, è già arrivato, ma non capiamo cosa accada.
Poi entra la presentatrice, ci riuniamo cinque minuti, ripassiamo velocemente quello che dobbiamo fare e, finalmente, si comincia.
Fortunatamente la prima uscita è quella del pigiama, quindi sono a piedi nudi e non devo preoccuparmi di non cadere dai tacchi. Devo solo pensare a sorridere, o almeno a far sembrare un sorriso la mia paresi facciale. Come prevedevo i riflettori sono molto forti, e non vedo il pubblico, anzi non vedo praticamente nulla al di là del palco; riesco a malapena ad individuare Gabriele, solo perché so dove è posizionato e lì vedo scattare un flash.
La prima uscita va via liscia, anche se avevamo qualche perplessità su come avremmo dovuto ritornare dietro il palco. Ci cambiamo molto velocemente per l’uscita casual e io, per non impigliarmi con il collo della maglia nei capelli raccolti, riesco a sporcarlo di fondotinta, che non uso mai e non avevo minimamente tenuto in considerazione. Ma cazzo! Va beh, non posso farci niente, spero solo non si noti da lontano.
Ci posizioniamo che già il primo gruppo è partito. Manca però una delle ragazze, che non ha realizzato che tocca già al nostro gruppo. La chiamiamo appena in tempo, meno male!
Dall’altra quinta vedo Gaia, la bimba che mi deve raggiungere. Mi fa un cenno, come a dire “tranquilla, so cosa devo fare”. Piccola ma sveglia la bimba!
Usciamo, facciamo il nostro breve sketch e ce ne torniamo dietro le quinte.
Velocemente indosso l’abito per l’uscita elegante, ma fortunatamente c’è un piccolo intervallo tra le uscite. Cambio anche le scarpe e metto un paio di sandali tacco 13, dai quali spero di non precipitare. Provo a fare qualche passo e sembra tutto sotto controllo.
Io sono nell’ultimo gruppo ad uscire. Fin’ora è andato tutto bene. Siamo tutte un po’ più tranquille, e anche se ancora i sorrisi sui nostri volti sono un po’ tirati, non sembrano più delle mezze paresi.
Anche questa uscita scorre senza intoppi e noi non dobbiamo neppure cambiarci d’abito perché il finale si farà con questi abiti.
Tra poco dovrebbe esibirsi Erica, che nel frattempo ci ha raggiunto dietro le quinte e ha iniziato a fare stretching con serafica tranquillità, mentre noi “modelle” corriamo avanti e indietro in preda all’isterismo.
Chiaramente voglio vederla esibirsi, quindi esco tra il pubblico.
Raggiungo Gabriele, che mi fa vedere le foto che ha fatto. Le foto sono belle, ma io non mi piaccio, non sono fotogenica e sembro una scema, ma fa niente. Tanto ormai quel che dovevo fare l’ho fatto.
La pausa si protrae un po’ più a lungo del previsto e io con quell’abitino inizio ad avere freddo. Dopo 25 minuti, finalmente Erica si esibisce, e io e Cristina ci mettiamo tra il pubblico a fare casino e ad incitarla. Noi polers dobbiamo distinguerci. Sempre!
Dopo l’esibizione di Erica, saluto Gabry e rientro dietro le quinte in attesa del finale.
Ogni tanto fa capolino Raspelli, che sinceramente mi aspettavo più grasso (è vero, la televisione allarga!) e più simpatico e cordiale, invece parla quasi esclusivamente con l’altra madrina della serata, la modella e attrice Maura Anastasia, che, ammetto l’ignoranza, non avevo mai sentito nominare prima.
Poco importa, abbiamo quasi finito.
Ci chiamano per il finale. Usciamo, nell’ordine pattuito in prova, noi ragazze, i bambini, quindi la presentatrice, le negozianti, parrucchieri, truccatrice, lo staff del gattile, Erica e infine la Anastasia e Raspelli che decretano le vincitrici, Miss Miao, Miss Sorriso e Miss Fascino.
Non sono tra le vincitrici, ma nemmeno ci contavo. La cosa bella è che ci riempiono di gadget. Ora che tutto è finito non vedo l’ora di tornare dietro le quinte, cambiarmi e andare a casa. È quasi mezzanotte e sono stanchissima. È stata una giornata diversa e, per molti aspetti, divertente. È stato un bel gioco, con un bel fine, ma ora basta. Il mestiere della modella non è per me, ora voglio solo andare a dormire.
Domani mattina mi sveglio presto, domani mattina torno alla normalità.
Domani si scala!!
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lunedì 7 luglio 2014

La Nord dell'Eiger

Il sole iniziava a scendere dietro le montagne e l’ombra delle imponenti cime del gruppo del Bianco si allungava sulla valle. La Doire de Ferret non scintillava più, anche se ancora si sentivano le sue acque scrosciare.
Si stava facendo tardi, a questo pensava mentre assicurava il socio. Si stava facendo inesorabilmente tardi. L’aveva perso di vista dietro quello sperone, dove il tiro aggirava una pancia con un passaggio, a detta del socio, illogico.
Le corde scorrevano nel secchiello, per una volta non attorcigliate, lentamente ma con continuità. Lui stava ancora salendo. Si sarebbe accorta quando fosse arrivato in sosta, perché avrebbe tirato solo la corda blu per legarsi con il barcaiolo, in una piccola abitudine che avevano preso, quella di assicurarsi lui sempre con la blu, lei sempre con la gialla. A quel punto lui l’avrebbe assicurata alla piastrina e lei sarebbe potuta partire. Sperava che lui salisse in fretta, voleva che lui salisse in fretta, che poi avrebbe cercato di uscirne velocemente anche lei, in un modo o in un altro. Non le importava come, ma voleva arrivare in cima, voleva finire quella via e scendere, prima possibile. Era stanca, le scarpette le facevano male, ma soprattutto era preoccupata per le doppie e per l’ora tarda: sapeva già che non avrebbero potuto seguire la via appena scalata, perché questa piegava tutta verso sinistra, con due tiri del tutto in traverso; sapeva che dovevano calarsi nel canalone che si apriva a destra, ma senza sapere dove fosse la sosta. Le scarne indicazioni trovate su internet dicevano “sosta da cercare” e loro non erano esperti nel cercare soste, tanto meno ad approntare soste di fortuna.
Improvvisamente vide scorrere solo la corda blu. Evidentemente lui aveva raggiunto la sosta e infatti, poco dopo, dalla radiolina arrivò la voce gracchiante: “Molla tutto”. Liberò le corde dal secchiello e comunicò un semplice “Libero!”. La semplicità nelle comunicazioni è essenziale quando non ci si può vedere.
Il socio recuperò le corde e gracchiò dalla radio: “Sei assicurata in sosta”. Infilò le scarpette, recuperò tutto il materiale e annunciò “Parto”.
Salì più rapida che poté, seguendo la fila di rinvii. Sapeva che la testa l’aveva abbandonata da un pezzo, da quel traverso al quinto tiro che l’aveva messa mentalmente KO, così doveva andare, non pensare, un appiglio dopo l’altro, un appoggio dopo l’altro e anche quell’ultimo tiro sarebbe terminato. Aggirò la pancia con decisione e salì, salì ancora per una placca ben appigliata, fino ad una cengia erbosa, piena di quell’erba lunga che pungeva le mani e le gambe e che non sapeva mai bene come gestire, perché aveva paura che una zolla le rimanesse in mano, o che all’improvviso franasse tutto da sotto i piedi. Cercò un appiglio un po’ più buono in mezzo a tutta quell’erba fastidiosa e si issò sulla cengia.
Trovò il socio che la aspettava e ancora un po’ di sole, non ancora scomparso del tutto dietro le guglie delle Grandes Jorasses, quel sole che dietro di lei illuminava le placche di Pre de Bar e il rifugio Elena.
Avevano finito; erano in cima. Tirò un sospiro di sollievo. Quell’ultima metà del tiro non avrebbe voluto salirla: arrivati alla sosta sotto avevano pensato che la via fosse finita lì, ma poi, alzando lo sguardo, avevano visto di nuovo una serie di spit e avevano capito che quella era la sosta intermedia, quella indicata come “sosta su un prato”, necessaria per le doppie, ma che la fine della via era più in alto. Avrebbe voluto dirgli “Lasciamo perdere la cima, fermiamoci qui!”, e sapeva anche che se glielo avesse chiesto, lui avrebbe rinunciato all’ultima metà del tiro, ma sarebbe poi stato profondamente insoddisfatto e si sarebbe adombrato. E comunque anche lei, sotto sotto, ci teneva a finire la via, a non lasciare le cose a metà.
Ed ora erano in cima, e non c’era nemmeno il libro di vetta da firmare; peccato, ci teneva a quel piccolo segno, a quel ricordo lasciato ai successivi ripetitori, un gesto che diceva “Io sono stata qui”. Ma il libro non c’era e bisognava iniziare con le doppie, che la discesa era lunga, così come le ombre della sera.
Si voltò a osservare il panorama, maestoso da mozzare il fiato. Scattò un paio di foto, che sapeva non avrebbero reso l’idea di quello che stava osservando. Vide in lontananza un puntino luminoso e riconobbe le ultime macchine parcheggiate appena prima della deviazione sul sentiero. La loro auto era parecchio più in basso, da lì non si vedeva.
“È tardi, scendiamo?”.

La Nord dell'Eiger, da cui il titolo del post, è una via sportiva che si trova nella Conca del Triolet, in Val Ferret. Il nome deriva dal quinto tiro, un traverso, che vuole ricordare, in modo un pò pretenzioso, il temibile traverso della vera Nord dell'Eiger. 


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lunedì 26 maggio 2014

Catalunya Climbing ... ovvero i nemici dell'astragalo!!



Ci sono luoghi che ti restano dentro, ti entrano nella pelle e impregnano i ricordi in maniera del tutto inaspettata. Sono quei luoghi dove vai senza grandi aspettative, senza sapere cosa troverai, e poi ti trovi immersa in un paesaggio maestoso e incontaminato, di incredibile bellezza.
Come il Parco Naturale della Serra del Montsant, situato nella provincia di Tarragona, dove si trovano i siti di arrampicata catalani, e del quale non sapevo quasi nulla al di fuori del nome di alcuni tiri, famosi per essere tra i più duri al mondo, che ho scoperto essere un posto di incantevole bellezza, ancora molto selvaggio, dove i segni dell’antropizzazione sono poco visibili e non impattanti. Nemmeno le pale eoliche sono fastidiose per gli occhi, checché ne dicano i detrattori.
Siamo in quattro a partire da Malpensa il 24 aprile all’alba: io, Fabio, Matteo e Laura; ma saremo in cinque a viaggiare alla volta di Margalef da Barcellona, a bordo di un Caddy rosso che diventerà l’emblema della vacanza: Maria Luisa, a Madrid per il progetto Erasmus, ci attende agli arrivi ad El Prat.
Per la prima volta da quando arrampico con il gruppo di Muro Duro siamo più ragazze che uomini: era ora!!

MARGALEF
Raggiungiamo l’abitato di Margalef dopo più di due ore in auto, percorrendo una strada provinciale attraverso paesi quasi deserti, che sembrano usciti da cartoline messicane. Fermiamo il Caddy più volte lungo la strada per fare foto al paesaggio, e anche, in ultimo, sotto il cartello “Margalef” per le classiche foto un po’ turistiche e un po’ goliardiche, sicuramente scontate ma che tanto rendono l’idea del “siamo in vacanza!”.
Lungo il tragitto scopriamo di essere arrivati in una specie di parco giochi per climber: c’è roccia ovunque, da qualsiasi parte si giri lo sguardo: placche, strapiombi, grotte, tetti quasi impensabili da salire sono ovunque, lungo la strada e attorno al Racò de la Finestra, il nostro ostello, quello gestito da Jordi Pou. Nonostante la levataccia e il viaggio di quasi 9 ore, già nel pomeriggio non resistiamo al richiamo delle falesie e andiamo a mettere le mani sulla roccia, ansiosi di assaggiare il famoso conglomerato catalano, tanto bistrattato su un numero di “Pareti”.
Prima di arrivare al “nostro” settore, camminiamo accanto, e a volte addirittura sotto i forti strapiombi a buchi, dove sono chiodati i tiri più duri, quelli saliti da Sharma, Ramonet, Ondra, Iker Pou …
In particolare, essendo io una “Sharma-lover”, mi soffermo sotto Demencia Senil (9a+), dove provo anche a toccare il primo buco (come al solito non ci arrivo …) e sotto First Round First Minute (9b), ovviamente solo per il tempo di farmi scattare un paio di foto inutili. Più che un avvicinamento alla falesia, per me è un pellegrinaggio in Terra Santa!
L’impatto con il conglomerato, almeno per le mie mani, è inizialmente interrogativo ma, poi, assolutamente positivo: si sa che adoro le placche verticali e/o appoggiate (gli strapiombi catalani sono oggettivamente troppo duri per noi!), a buchetti, concrezioni e tacchette, e il conglomerato, da questo punto di vista, è il mio regno.
Purtroppo riusciamo a scalare poco perché in breve il cielo si riempie di nuvoloni minacciosi; facciamo appena in tempo a ritirare l’attrezzatura che un forte acquazzone ci sorprende. Ci rifugiamo sotto i tetti in attesa che spiova. Fortunatamente un furgone di svizzeri ci vede, si ferma e offre un passaggio a Teo fino al Caddy. Solidarietà tra climber!
A Margalef torniamo a scalare l’ultimo giorno, in un altro settore, e con un vento freddissimo che sembra divertirsi a darci il tormento; i tiri sono all’ombra e la roccia è gelida. Il primo tiro è una sofferenza nonostante sia estremamente facile: ho freddo, male ai piedi e alle mani, non sento le tacche e non capisco se e cosa riesco a tenere. In più soffro ancora i postumi della sangria della sera precedente. Appena torno a terra il primo pensiero è: “Per oggi non scalo più”. Mi stendo al sole e lì rimango per un po’. Lentamente il sole gira e va ad illuminare e a riscaldare la parete, anche se il vento non si placa. Apro svogliatamente un occhio e vedo che Fabio e Teo hanno montato la “Rinnegata” su un quinto e con il mio “Spaghetto” si sono spostati sui sesti. Guardo Laura e Luisa con fare interrogativo e, anche se nemmeno loro muoiono dalla voglia di scalare, ci facciamo coraggio a vicenda e ci appropinquiamo al tiro. Inizio io. La partenza è una bella sequenza di movimenti boulderosi, in leggero strapiombo, su buchi dolorosi. Salita poco oltre il primo spit arrivo a mala pena a toccare un buco, ci infilo le dita ma lo tengo male e scivolo giù, praticamente in terra … cribbio, devo rifare la sequenza da capo! Va beh, il passo l’ho capito, un po’ in ritardo ma l’ho capito. Riparto e supero il passaggio. Ho un’altra indecisione poco sopra, quasi all’uscita dello strapiombo e ho bisogno di un resting per capire la posizione … io sono pippon in strapiombo … per fortuna sopra è una bella placca e passeggio.
Laura sale molto bene, con qualche perplessità nella prima parte ma è normale. Luisa, che è diventata ormai una boulderista e ne ha, eccome se ne ha, passeggia su tutta la via.
Gli uomini ci avvisano che hanno montato la corda su un 6a, su una parte di roccia molto assolata e calda. Andiamo a provarlo. È il tiro più bello di tutta la vacanza: verticale, leggermente appoggiato in alto, a buchetti e concrezioni, uno di quei tiri che piacciono a me, delicati, di equilibrio, mai di forza. Sarà l’ultimo tiro della vacanza, un bellissimo congedo dalle falesie catalane.

SIURANA
Il sito di Siurana è un capolavoro della natura: un ampio canyon lussureggiante di vegetazione, sui cui pendii si stagliano imponenti pareti di calcare, lisce, lavorate, articolate, rosse, grigie, gialle, ovunque fino a perdita d’occhio.
Arriviamo a Siurana il terzo giorno di permanenza, in una giornata che sembra annunciarsi grigia e fredda. Il cielo è plumbeo, percorso da nubi veloci, trascinate dalle raffiche di vento che non sono solo in quota ma anche al suolo. Scendendo dal Caddy, parcheggiato nei pressi dell’abitato, rabbrividiamo: già il giorno precedente, ad Arbolì, è stato inclemente dal punto di vista meteorologico, con una giornata tersa ma tormentata da un forte vento freddo che non ci ha dato tregua per tutto il giorno.
L’idea di prendere freddo anche oggi fa imbronciare un po’ tutti. Per sollevarci il morale ci addentriamo nel paesino alla ricerca di un caffè e rimaniamo estasiati: Siurana è un gioiello, un paesino dall’aria medioevale, completamente in pietra, arroccato su …  su … su … sulla punta più alta del canyon, dal quale si gode di una magnifica vista. Quella che doveva essere una veloce pausa caffè si trasforma in un’ora di scatti fotografici più o meno seri, con buona pace di Fabio che cronometra il tempo perso, minacciando di farlo recuperare a fine giornata.
Bevuto, infine, il caffè lasciamo il borgo e ci inoltriamo sul sentiero che ci porta ai settori di arrampicata, un sentiero che scende inoltrandosi verso il fondo del canyon. Si cammina tra pareti scoscese, spuntoni di roccia, salti, baselli, terrazze dalle quali il panorama toglie il fiato. Mi sento come una bambina a Disneyland, con il naso perennemente in aria per ammirare tutto, per non perdermi neppure un anfratto, una piega nella roccia, uno scorcio diverso. Anche se poi mi rendo conto che mettere un piede in fallo potrebbe avere conseguenze fatali, ed è meglio se guardo dove metto le scarpe. Osservo le vie chiodate sotto i forti strapiombi di calcare arancione, che mi paiono liscissime e intuisco che quelle devono essere le linee dei big, e le immense placconate grigie dove non sembrano esserci appigli. Osserviamo tutti, con un certo sgomento, come il primo spit sia sempre molto alto.
Alla fine raggiungiamo anche il settore, l’unico per altro, dove ci sono tiri adatti alle nostre possibilità.
Iniziamo a scalare che è quasi mezzogiorno e, quasi magicamente, esce anche il sole: fa subito caldo, evviva!
La roccia non è conglomerato ma calcare grigio variamente articolato, decisamente più bello di Arbolì; i tiri sono molto divertenti anche se mai scontati, tutti da conquistare. Io salgo sempre per ultima e mi guadagno tutte le manovre in sosta.
Scaliamo fino alle sette di sera, poi noi ragazze decidiamo di averne avuto abbastanza, il cielo si sta rannuvolando e minaccia di nuovo pioggia. Raccogliamo l’attrezzatura e lasciamo gli uomini ad ulteriori tiri, mentre noi ci avviamo al rifugio per una birra ristoratrice.
Quando anche Fabio e Matteo raggiungono il rifugio, sotto la pioggia che nel frattempo ha iniziato a cadere, decidiamo di fermarci lì per una buonissima cena, innaffiata da abbondante sangria. Il ritorno verso Margalef sarà uno dei momenti più divertenti della vacanza.

BARCELLONA
Le ultime 24 ore in terra catalana le rubiamo all’arrampicata e le dedichiamo al turismo: carichiamo armi e bagagli sul Caddy e ci trasferiamo a Barcellona.
Arriviamo in città che è quasi ora di cena e Luisa, che ha un treno per Madrid che parte nel giro di un paio d’ore, ci abbandona, purtroppo, praticamente subito.
Noi quattro rimasti raggiungiamo l’ostello, il Sant Jordi Rock Palace che non è un ostello, ma un tributo alla musica rock, dove ogni piano è dedicato ad un diverso locale storico, e nell’area comune del primo piano ci sono una collezione di chitarre e una batteria. Rimaniamo lì giusto il tempo di una doccia e poi via verso La Rambla, alla ricerca di un ristorante dove mangiare le immancabili tapas, paella e sangria … siamo turisti!
Dopo la cena facciamo un rapido giro di Barcellona by night, scendendo La Rambla fino a Plaça del Portal de la Pau, e da lì al Barrio Gotico; qui, in una vietta laterale, troviamo una gelateria gestita da italiani, che si dilettano nella produzione di gelati ai gusti più strani (gorgonzola, basilico, mojito …). Non mi fido e sto sul classico, cioccolato e crema catalana. Ritorniamo lungo Passeig de Gracia per vedere Casa Batllò, che di sera, colorata da un sapiente gioco di luci, è davvero incantevole. Proprio in Passeig de Gracia un losco figuro tenta, invano, di borseggiare prima me e poi Laura. Fortunatamente tanto è losco quanto poco è scaltro e noi ci accorgiamo immediatamente delle sue intenzioni, mandando a monte il borseggio.
La mattina dopo ci alziamo abbastanza di buon’ora e riposati, perché i letti del Sant Jordi sono decisamente più comodi di quelli del Racò de la Finestra; dopo aver caricato i bagagli nel Caddy, iniziamo il giro turistico; gli uomini hanno il monopolio della cartina, così io e Laura siamo libere di camminare con il naso in aria e nel contempo chiacchierare, chiacchierare, chiacchierare … raggiungiamo subito la Sagrada Familia, dove non entriamo perché la fila di gente in attesa è veramente impressionante. La aggiriamo da fuori, osservandola al meglio delle possibilità. Peccato avere solo poche ore a disposizione. Riprendiamo il cammino e passo dopo passo arriviamo fino al Parc Guell e nemmeno in questo riusciremo ad entrare per la troppa gente.
L’idea è di pranzare a Barceloneta, perché io voglio a tutti i costi entrare nella Basilica di Santa Maria del Mar: ho amato troppo il libro di Falcones per non andarci. Ma il tempo è quello che è, così prendiamo la metro fino al porto. Da lì andiamo alla Basilica e finalmente io realizzo uno dei miei (tanti) desideri letterari. La basilica è stupenda: un’immensa costruzione gotica, austera ed imponente come solo le chiese basso medioevali possono essere; niente fronzoli, niente decorazioni, niente orpelli, solo la maestosa altezza delle colonne e i giochi di luce tra le navate.
Soddisfatta la mia “nerdosità” letteraria, possiamo cercare un posticino per mangiare. Ci avviciniamo il più possibile al mare, ma le spiagge sono ancora troppo lontane, e dobbiamo accontentarci di un ristorante nella parte più turistica del porto.
Fermarci, però, ci fa salire la stanchezza accumulata in cinque giorni intensi di vacanza: dopo pranzo riprendiamo il cammino verso La Rambla, ma lentamente e con le gambe pesanti. Riattraversiamo il Barrio Gotico, ma la voglia di camminare si è un po’ persa, un po’ perché siamo stanchi e un po’ perché sappiamo che la vacanza è agli sgoccioli; non c’è più nulla che possiamo vedere ad una distanza ragionevole da dove siamo noi, non ci resta che tornare al Caddy e riprendere la strada per l’aeroporto.
Catalunya, hasta luego!
Piccole cose buffe:
-          Jordi Pou, che non ride mai, non parla mai, la cui accoglienza è al limite dello sgarbato, che non capisce l’inglese e preferisce che gli parliamo in italiano … però un suo mezzo sorriso è stato fotografato … per sbaglio …
-          La sangria del Refugi Siurana … io e Laura abbiamo apprezzato …
-          Il Caddy Pro rosso e la sua autoradio, che prendeva solo CatMusic, stazione di musica classica, e mai Rock FM … maledetta!
-          Il palo della luce, spuntato nella notte esattamente dietro il Caddy e colpito in pieno da un distratto Matteo … le facce di Matteo e Fabio dopo lo scontro: impagabili!
-          Il vento gelido e la strada tutta curve, che hanno messo a dura prova il mio stomaco durante tutta la giornata ad Arbolì …
-          Le ginestre che si confondevano con Matteo …
-          Le patatas bravas e le tapas in generale, che non erano mai abbastanza …
-          Il primo spit … sempre troppo alto …
-          Il Sant Jordi Rock Palace Hostel di Barcellona e il suo draghetto … troppo fighi!
-          Il maldestro borseggiatore in Passeig de Gracia: siamo italiane, non cretine …
-          La sveglia di Fabio …
-          Renata la rana …






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