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mercoledì 18 luglio 2018

Le serie TV che ho visto di recente - parte 2



Photo by JESHOOTS.COM on Unsplash

Tempo fa vi avevo promesso un secondo post sulle serie che stavo seguendo. Per vari motivi lo sto scrivendo solo ora, ma non ho mai smesso di macinare episodi su episodi; né da sola né con Lui. Di seguitop vi racconto le serie che mi/ci hanno appassionato di recente.



The Good Place
Questa serie è stata una rivelazione. Io e Lui abbiamo iniziato a guardarla spinti più dalla necessità di una sit com leggera per accompagnare la cena, che da un reale interesse. Due stagioni, pochi e brevi episodi: l’ideale. Ma The Good Palce si è rivelata molto più di questo. Il concept della serie vuole approfondire in modo leggero, divertente e a tratti irriverente, quesiti di filosofia morale. No, non è un prodotto noioso, se ve lo state chiedendo, e di sicuro non manca di originalità. L’inizio è già qualcosa di mai visto prima: la protagonista Eleanor Shellstrop (una Kristen Bell eccezionale) è morta e si risveglia in Paradiso, il Good Place del titolo, appunto; peccato che Eleanor in vita non abbia tenuto un comportamento ineccepibile, anzi, e lei ne è ben consapevole. Rendendosi conto, quindi, di trovarsi nel posto sbagliato per uno scambio di identità, Eleanor cercherà di rimediare, imparando ad essere una persona migliore. Ovviamente questo suo percorso di miglioramento sarà costellato di gag, battute, situazioni al limite del paradossale e personaggi esilaranti, il tutto condito con due finali di stagione sorprendenti. Con leggerezza e con uno humor estremamente elegante, The Good Place vuole fare riflettere sul nostro comportamento, su come ci relazioniamo con gli altri e su quanto consideriamo giusto o sbagliato. E poi è stata rinnovata per una terza stagione. Insomma, The Good Place è una serie da vedere.
Voto 10



Westworld 2
È un dato di fatto che HBO sforna un successo dopo l’altro. Forte di una serie come Game of Thrones, l’emittente statinutense pare voler alzare costantemente l’asticella. Il problema nasce quando occorre bissare un successo planetario come Westworld. La prima stagione era stata pazzesca: bella, avvincente, incasinata al punto giusto. Ci costringeva a guardare subito l’episodio successivo per sapere, per capire cosa stava succedendo. La seconda stagione ha, ahimè, perso invece parte di quel mordente. Nell’ampliare lo spazio (e il tempo) e i personaggi, gli autori hanno reso la trama troppo confusionaria e difficile da seguire. Ci si perde nelle varie linee temporali, nel capire chi è davvero umano oppure un host; alcune digressioni, come quella nello ShogunWorld, sono risultate quasi inutili allo sviluppo principale. Io e lui abbiamo fatto veramente fatica a seguirla, al punto che non sempre avevamo voglia di vedere l’episodio successivo. Non che sia stata completamente da buttare questa seconda stagione, ma da un progetto come Westwolrd e dalla HBO mi aspettavo qualcosa di più.
Voto 6,5



New Girl
Ancora una sit com. Sì perché alle volte c’è bisogno di alleggerire l’atmosfera con qualcosa di divertente, non siete d’accordo? Conosco New Girl da quando la trasmetteva MTV, ma non l’ho mai seguita in modo continuativo. Complice Netflix che distribuisce le prime 6 stagioni, ho deciso di riguardarla e di concludere poi con la settima grazie al santo streaming (lo so che non si dovrebbe fare ma pazienta). Le prime sei stagioni sono esilaranti, ben scritte e molto ben interpretate. I personaggi funzionano, da soli ma soprattutto nelle interazioni tra loro. Jess, Nick, Schmidt e Winston sono assolutamente e volutamente esagerati, adorabili e non stancano, cosa non scontata per una sit com di sei stagioni. La trama, per quanto vagamente ripetitiva, scorre bene per tutte le sei stagioni. La settima stagione invece non funziona a dovere. È tutto troppo. Troppo esagerati i personaggi, troppo caricaturali, troppo inverosimile la trama. Troppo tutto. Però almeno chiude tutte le storyline, anche se l’episodio finale è risultato un po' meh … comunque io adoro Winston, e Cece. Ma soprattutto Winston.
Voto 7.5



The Handmaid’s Tale 2
Ndr: mentre vi scrivo è già andato in onda il season finale, ma ancora non l’ho visto, quindi le mie considerazioni non ne terranno conto. Temevo molto questa seconda stagione, perché si avventura su un sentiero inesplorato: la prima seguiva pari pari il romanzo della Atwood, e si concludeva esattamente dove l’autrice aveva terminato le sue pagine. Quindi questi nuovi tredici episodi erano un’incognita e un bel rischio che la produzione si è assunta. Devo dire che non mi ha deluso affatto. Gli autori hanno approfondito il regime dittatoriale di Gilead, mediante l’introduzione di nuovi personaggi, come Eden, la moglie bambina di Nick, o l’utilizzo di luoghi solo accennati in precedenza, come le colonie. Abbiamo potuto conoscere meglio i perversi meccanismi di questa dittatura teocratica, le regole, le cerimonie e tutto quanto viene messo in pratica per piegare la volontà delle persone, ed è agghiacciante. Tremendamente agghiacciante. Ma soprattutto abbiamo approfondito i personaggi femminili della serie, che sono decisamente i più interessanti. Gli uomini di The Handmaid’s Tale sono, credo volutamente, piatti, monotematici, non hanno uno sviluppo nel corso degli episodi, una crescita personale, un cambiamento; le donne invece hanno mille sfaccettature, e mille modi diversi di interagire tra loro. June/Offred, con la sua ferrea volontà di opporsi a Gilead inserendosi in qualunque spiraglio di libertà le venga concesso; Serena Joy e il suo modo perverso di approcciarsi a June, in continuo oscillare tra il considerarla un oggetto di sua proprietà o un’alleata contro un sistema che le si è ritorto contro. E poi Emily, Zia Lydia, Janine, Moira e tutte le altre donne, bucano lo schermo e hanno davvero qualcosa da raccontare, sia per quello che sono, ma soprattutto per quello che sono state prima di Gilead e che non riescono davvero a smettere di essere. Come è già stato detto molte volte The Handmaid’s Tale ha come scopo principale quello di raccontarci una storia che non è poi così lontana dalla nostra società attuale, non c’è un baratro tra noi e loro, ma solo pochi piccoli passi. Riflettiamoci.
Voto 10



Smash
Questo è stato il classico recuperone estivo: Smash è una serie del 2012, composta da sole due stagioni. L’avevo in parte seguita quando era stata trasmessa da Mediaset Premium, ma non fino alla fine e mi era sempre rimasto il tarlo. Ok, non sto parlando di una serie imperdibile, di quelle che rimangono nell’immaginario collettivo per anni; ma Smash è un prodotto leggero e godibile, una di quelle serie di cui ogni tanto si sente il bisogno, patinata e romantica al punto giusto. E poi trattandosi di soli 36 episodi in tutto, sarebbe stato un vero peccato non chiuderla. Warning: se non amate i musical o i film dove cantano e ballano state lontani da questa serie! Smash infatti è ambientato a Brodway e racconta la produzione di un musical dalla nascita dell’idea, fino alla messa in scena vera e propria. Viene raccontato il lavoro che c’è dietro la produzione di un musical, le prove, i workshop, le difficoltà tecniche e quelle finanziarie, il tutto intrecciato con le vicende dei protagonisti, che si muovono sullo sfondo di una New York scintillante e molto glamour. Molti, anzi moltissimi gli intermezzi musicali, anche tre o quattro a episodio, come è giusto che sia per una serie basata sul musical, nella quale gli interpreti sono per la maggior parte veterani di Brodway. Insomma, se amate il musical e la magia del teatro Smash fa per voi!
Voto 8
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domenica 4 marzo 2018

Le serie tv che ho visto di recente - parte 1




È da un po’ di tempo che pubblico molto poco qui sul blog, e principalmente post molto brevi.
Questo inizio 2018 è stato, ed è tutt’ora, un periodo intenso e frenetico; vuoi per il lavoro, che per fortuna non manca; vuoi perché Lui si è trasferito a casa mia, momentaneamente, e quindi abbiamo entrambi cambiato leggermente le nostre abitudini, adeguandoci a quelle dell’altro; vuoi perché mi sto dedicando ad un nuovo cosplay che mi sta portando via tutto il tempo libero … se poi ci mettiamo le uscite, le fiere, le giornate sulla neve … insomma, a casa Grey siamo parecchio impegnati ultimamente!
Ma nonostante gli impegno ci stiamo divorando serie tv come se non ci fosse un domani! Quindi volevo parlarvi di alcune che ho seguito negli ultimi tempi. Dato che sono molte, dividerò il post in due.
Queste sono le prime quattro



STAR TREK: DISCOVERY
È stata sicuramente LA serie evento di questo autunno/inverno. Un ritorno tanto atteso (quello dell’universo di Star Trek) quanto controverso. Se ne è tanto parlato, in bene e in male, e questo significa che, comunque sia, è stato un successo. La serie si colloca temporalmente tra Enterprise e la Serie Classica, in piena guerra Klingon, ed è ambientata sulla Discovery, nave spaziale della neonata Federazione. Non mi dilungo sulla trama della quale si è ampiamente parlato; di sicuro Netflix ha creato un prodotto ottimo, visivamente impeccabile, con una trama solida e un cast eccellente. Per quel che mi riguarda adoro Lorca e Tilly, mentre odio la Burnham. Gli effetti speciali sono splendidi e richiamano molto gli ultimi film della saga, quelli diretti da J.J.Abrams. Ovviamente non tutto è stato spiegato e la stagione si chiude con un cliffangher, ma i tentativi di inserirla in continuity ci sono. Non ci resta che attendere la stagione 2 prevista, però, non prima del 2019.



BIG LITTLE LIES
È la serie che insieme a The Handmaid’s Tale ha vinto più premi nel 2017. Sì lo so che non è proprio una novità, ma ho approfittato di una lieve influenza che mi ha costretto in casa tre giorni per recuperarla. Iniziamo con il dire che è una miniserie, sette episodi da 50 minuti ciascuno, in puro stile HBO. La trama è bella, un thriller ambientato a Monterey, tra la ricca borghesia californiana. Ed è proprio in questa società dove tutti devono necessariamente apparire perfetti, con vite perfette, in case perfette accanto a partner perfetti, che si dipana la storia di cinque donne accomunate da una vita che così perfetta non è, fino al tragico finale. Big Little Lies è, a tutti gli effetti, un piccolo capolavoro, come solo HBO è in grado di darci, recitato magistralmente da un cast stellare, a riprova che i grandi attori hollywoodiani sono sempre più attratti dalle serie tv; e che queste ultime sono ormai diventate una vera e propria alternativa al cinema.



GIPSY
Un altro thriller psicologico, un’altra protagonista femminile interpretata da un’attrice di Hollywood, la bellissima Naomi Watts; un’altra serie breve ma intensa, un’originale Netflix uscita già da qualche tempo ma che sono riuscita a recuperare solo di recente. La storia è semplice: una psichiatra annoiata della sua perfetta vita newyorkese, si crea una doppia identità ed inizia ad intrecciare relazioni pericolose con persone appartenenti alla vita dei suoi pazienti, mettendo in crisi il suo matrimonio e rischiando la professione. Tutta la serie si regge su Naomi Watts, bella in modo assurdo, magnetica e sensuale. Ottima anche la fotografia, luminosa e leggera quando Naomi è Jean, densa, appiccicosa e colorata dai neon quando la Watts è Diane. Forse non sarà la serie tv dell’anno, ma si presta molto bene ad un binge watching. Peccato solo che Netflix non l’abbia rinnovata per una seconda stagione.



MARVELOUS MRS MAISEL
Sembra che in quest’inverno mi sia dedicata solamente a serie con personaggi femminili, e forse è davvero un po’ così. Della Meravigliosa Signora Maisel ne avevo sentito parlare a lungo perché anche questa serie ha fatto incetta di riconoscimenti sia agli Emmy che ai Grammy Awards e, complice un weekend dove Lui non c’è stato, me la sono letteralmente divorata. Diciamo innanzitutto che è una serie Amazon TV, e che ho guardato grazie al Suo abbonamento Prime; diciamo che gli autori sono quei Palladino che crearono quel fenomeno degli ani 2000 che fu Gilmore Girls; diciamo poi che la serie è ambientata nella New York degli anni 50 … ed ecco servita una serie deliziosa, con una protagonista eccezionale e dalle atmosfere piacevolmente vintage. Un piccolo gioiellino che vi straconsiglio, soprattutto se come me avete amato alla follia Gilmore Girls.

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giovedì 6 aprile 2017

Tredici - Thirteen Reasons Why


 Nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare di Tredici, novità Netflix tratta dal romanzo di Jay Asher del 2007, che il canale streaming ha rilasciato il 31 marzo, e tutte queste chiacchiere mi hanno incuriosita. Ho Netflix e avevo un paio d’ore libere venerdì sera, quindi ho provato a dare una chance almeno al primo episodio dei, manco a dirlo, tredici, pensando di abbandonare senza rimorsi dopo la prima mezzora.
Bene, ho finito la serie in tre serate.
La definivano teen drama, paragonandola a Pretty Little Liars o Riverdale, mi aspettavo una serie per adolescenti, infarcita di stereotipi, falsi moralismi e buoni sentimenti.
Tutt'altro.
Tredici è un bel pugno nello stomaco, non solo per i teenager ai quali sembra rivolgersi, ma anche, e soprattutto, per gli adulti che la possono e la devono guardare con occhi diversi.
Hannah Baker si è suicidata; ma prima di farlo ha lasciato 13 cassette destinate a 13 persone che rappresentano le altrettante ragioni del suo suicidio, da cui il titolo originale Thirteen Reasons Why.


La serie tratta di argomenti delicati e scottanti quali il bullismo, la solitudine, la violenza (anche sessuale) e, appunto, il suicidio senza romanzarli, evitando quel romanticismo dark tanto caro al genere teen e young adult, ma affidandosi ad un crudo realismo quasi chirurgico che, soprattutto negli ultimi quattro episodi, fa male: alla fine lo spettatore è atterrito, sconvolto, arrabbiato, esattamente come lo sono i protagonisti.
La trama è un’immersione nel mondo di Hannah e nella sua crescente disperazione, una caduta nella spirale depressiva che la porterà al gesto estremo. E se all'inizio le motivazioni appaiono un tantino futili e immature, con il proseguire degli episodi si vede come ogni singolo avvenimento, partendo dalla reputazione danneggiata per colpa di una stupida fotografia, non sia stato altro che uno scalino che ha portato Hannah verso il baratro.
Il tutto è raccontato attraverso le parole della ragazza incise sui nastri, e dal punto di vista di Clay Jensen, vero e proprio alter ego dello spettatore, che riceve le cassette qualche settimana dopo la morte di Hannah, ed inizia ad ascoltarle, tormentandosi nell'attesa di capire cosa sia accaduto ad Hannah e in che modo lui stesso sia coinvolto.


Tredici fa male perché non rappresenta le vite di adolescenti ricchi e viziati, modelli irraggiungibili per la maggior parte degli spettatori, ma storie comuni, vicende che possono accadere in qualunque liceo americano, o europeo. Fa male perché può accadere a noi, ai nostri amici, ai nostri figli.
Fa male perché rappresenta una normalità che normale non deve essere, perché fa parte di una società che non è più sana, dove tutto viene trattato con leggerezza e archiviato con un’alzata di spalle anche da parte degli adulti, che invece dovrebbero vigilare, capire e intervenire prima che sia troppo tardi.
Il finale, però, lascia ancora un’immagine di speranza, in quell'auto che corre via, con i quattro ragazzi a bordo; la speranza che qualcuno può essere ancora salvato, che si può essere migliori di così.


Voto: 10
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martedì 21 marzo 2017

Westworld




A me e a lui piace guardare alcune serie TV insieme, esclusivamente insieme; non tutte, sia chiaro, perché ognuno ha quelle che guarda indipendentemente dall’altro (di Black Sails lui ha visto solo la sigla ed Agents of Shield io so solo che esiste) e poi ci sono quelle che guardiamo entrambi ma ognuno a casa sua (Once Upon a Time ad esempio).
Ma altre fanno parte di quell’insieme di piccole cose che amiamo condividere, e l’ultima in ordine di tempo è stata Westworld, serie HBO del 2016.
Ne avevamo sentito parlare molto bene e inoltre il marchio HBO ci sembrava una garanzia di qualità; abbiamo deciso di darle una possibilità ed eccomi qui a recensirla, anche se è molto difficile scrivere di Westworld senza fare spoiler, ma ci proverò.
Innanzitutto qualche considerazione di carattere generale: la serie è breve, 10 episodi da 50 minuti, e io amo molto questa scelta stilistica; trovo che concentrare una stagione in pochi episodi permetta sia una maggiore cura dei dettagli, che poi dettagli non sono, come costumi, scenografia e fotografia, sia una maggiore pulizia nella scrittura del plot, che rimane focalizzato sulla trama senza divagazioni necessarie alla scrittura di episodi “riempitivi” o la suddivisione in due mid-seasons.
In secondo luogo HBO è effettivamente garanzia di qualità, basti pensare a titoli quali Game of Thrones, True Detective, True Blood, I Soprano (solo per dirne alcune …) e Westworld non si smentisce, e se pensiamo che l’ideatore è un certo Johnatan Nolan e tra i produttori esecutivi figura J.J. Abrams, il successo è quasi assicurato.
La trama è tratta dal film di Michael Crichton Il Mondo dei Robot e racconta di un parco a tema vecchio west popolato da androidi e creato per garantire ai ricchi visitatori un’esperienza western il più realistica e violenta possibile: nel parco ai visitatori è concesso tutto, anche uccidere i residenti (gli androidi). Il direttore creativo del parco, il dottor Robert Ford, aggiorna costantemente gli androidi con delle stringhe di comando chiamate “ricordanze”, che dovrebbero renderli sempre più simili agli umani, ma questi input tendono a prevalere sui comandi preimpostati e rendono instabili i robot, che iniziano a farsi domande, a prendere coscienza della loro situazione, fino a tentare la ribellione.


Mettiamo le cose in chiaro: Westworld è un casino!
Senza entrare nel dettaglio per non fare spoiler, gli showrunner hanno giocato con lo spettatore allo stesso modo con cui i creatori del parco giocano con gli androidi: gli autori hanno deliberatamente voluto confondere gli spettatori utilizzando il loop narrativo, le ricordanze, le voci nella mente, la timeline che si sviluppa su diversi piani esattamente come gli sceneggiatori delle narrazioni del parco, e Ford sopra di loro, fanno con i residenti. Lo spettatore quindi si trova a condividere gli stessi sentimenti di smarrimento dei robot davanti ai dettagli che vengono via via rivelati ma che non riesce immediatamente a capire, o neppure a percepire. Westworld è in questo senso uno dei più alti esempi di meta-scrittura, una sceneggiatura nella sceneggiatura e per questo è una serie che va capita e decifrata, indizio dopo indizio. Gli autori hanno disseminato gli episodi di cliffhanger e rimandi per accompagnare lo spettatore nel suo percorso attraverso il labirinto; il compito dello spettatore è quello di coglierli, se riesce, e farsi guidare.


In teoria Westworld avrebbe potuto essere niente di nuovo: un parco a tema popolato da robot (chi non ricorda Jurassic Park, per altro sempre di Crichton?) dove gli androidi che prendono coscienza e si ribellano … no, in effetti nulla di nuovo sotto il sole; ma è il modo in cui gli sceneggiatori hanno utilizzato una base narrativa già ampiamente vista per riflettere su temi molto più duri e profondi, a partire dallo sviluppo dell’autocoscienza, con la citazione di un saggio semisconosciuto dello psicologo Julian Janes intitolato “Il crollo della mente bicamerale e l’origine dell’autocoscienza” (non per nulla l’ultimo episodio si intitola The Bicameral Mind), rappresentato dalla ricerca del centro del labirinto. Un altro tema fortemente indagato è quello della dualità della natura umana e dell’etica: in un mondo dove tutto è concesso, dove gli ospiti si possono permettere di compiere i peggiori soprusi nei confronti degli androidi, proprio perché macchine, la scelta tra cappello nero e cappello bianco è più che una semplice scelta basata sul “tu da che parte stai?”; è una scelta che prevede il mantenimento della propria integrità morale, il rifiuto di uccidere una macchina solo per il gusto di farlo, il mantenimento di tutti quei principi che ci rendono uomini e non solo esseri umani.
Insomma Westworld è una serie difficile e bellissima allo stesso tempo, che vanta una scrittura stupefacente, ma anche il comparto tecnico ha svolto un lavoro straordinario: una fotografia curata all’inverosimile, che vive della dicotomia tra il luminoso, caldo, assolato esterno del parco e il buio, freddo e artificiale ambiente degli uffici della compagnia; la regia è quasi impeccabile, con riprese che portano lo spettatore all’interno della scena, campi lunghi estremamente emozionanti e un montaggio che, soprattutto negli episodi finali, contribuisce ad aumentare l’effetto di confusione che la serie vuole trasmettere.


Ma il grande merito della riuscita di Westworld va ad un cast eccezionale, partendo da una Evan Rachel Wood strepitosa nei panni dell’androide Dolores, umana e confusa come non mai, senza mai perdere la credibilità del suo essere una macchina; allo stesso modo Jeffrey Wright (Bernard) del quale non posso scrivere nulla senza fare enormi spoiler, ma la cui interpretazione è pazzesca.
E poi lasciatemi parlare dell’immenso Anthony Hopkins nei panni di Robert Ford,il creatore del parco, colui che tutto può controllare e tutto controlla; Hopkins l’ha reso inquietante e pericoloso nel suo sembrare assolutamente innocuo: ogni parola dalla su bocca esce minacciosa, per quanto Ford non abbia mai fatto male a nessuno, perlomeno non personalmente. Dovrebbe essere il vero “cattivo” della serie, ma forse infondo no, non è un cattivo, bensì il Dio del parco e come tale si comporta, senza remore e senza rimpianti, anche nell’incontro scontro con l’altro grande “villain” della serie, un Ed Harris magistrale nell’interpretazione dell’Uomo in nero.
Westworld non è solo questo, ma come dicevo è difficile scrivere di questa serie che si basa sui dettagli come poche altre senza spoilerare nulla, anche se forse qualche piccolo indizio qui e lì l'ho disseminato.

L’unica cosa che ancora posso dire è: guardatela! Io intanto attendo il 2018 per la seconda stagione.  
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mercoledì 22 febbraio 2017

Wanna be Max Black





2 Broke girls è una serie TV del 2011 andata in onda per la prima volta sul canale statunitense CBS ed arrivata in Italia due anni dopo.
Protagoniste della serie sono Max Black, interpretata dalla prosperosa Kat Dennings, e Caroline Channing, interpretata da Beth Behrs, due ragazze che più diverse non potrebbero essere, ma che si trovano a lavorare nella medesima tavola calda nei sobborghi di Brooklyn. Max, dal difficile passato, cinica, irriverente, praticamente gestisce da sola il locale dove un giorno arriva Caroline a chiedere un lavoro millantando una serie di esperienze lavorative nel campo della ristorazione in realtà del tutto fasulle. Caroline è infatti una ex ereditiera caduta in disgrazia quando il padre viene arrestato per frode.



























Max prende Caroline sotto la sua ala protetrice e, oltre a diventare colleghe e coinquiline, tra le due si sviluppa una sincera amicizia, cementata dal sogno comune di aprire un negozio di cupcake, specialità nella quale Max eccelle.
Attorno alle due ragazze ruotano poi una serie di personaggi più o meno surreali che fanno da spunto a gag e battute, come il pervertito cuoco Oleg, il timido Han proprietario della tavola calda, il vecchio cassiere Earl, la prorompente vicina di casa Sophie.
Gli ingredienti per la riuscita di un’ottima sit-com, con poche pretese senza dubbio, ci sono tutti: dialoghi serrati e volgari al punto giusto (indimenticabile la scena in cui Max riprende un avventore del locale avvezzo a chiamarla con uno schiocco di dita fulminandolo con “Tu credi che questo sia il suono per chiedere attenzione. Io so che questo è il suono che fa seccare la mia vagina”), battute lontane dal politicamente corretto, principalmente a sfondo razzista, sessuale o comunque poco raffinate, personaggi stereotipati ma ben bilanciati tra loro: da un lato la mora, cinica, disillusa Max, dall’altro la bionda, ex ricca, sempre positiva Caroline. E infatti il mix ha funzionato perfettamente per le prime tre stagioni, ma poi qualcosa è mancato: forse un’innovazione, forse una ventata di freschezza nella scrittura, nelle storie o semplicemente nei personaggi, ma la magia non ha più funzionato. I dialoghi si sono fatti stantii, le battute già sentite, i personaggi sempre uguali a se stessi e alla lunga hanno stancato anche i fan più accaniti. Persino la storyline principale, quella che riguarda Max e Caroline e il loro sogno di aprire una pasticceria non procede: quando le ragazze sembrano fare un passo avanti, ecco che gli sceneggiatori gliene fanno fare due indietro, e la situazione non decolla mai.
Ora, dopo cinque stagioni, si sente il bisogno di una svolta oppure di una fine; è brutto dirlo ma nulla è per sempre, nemmeno le serie tv, specialmente se queste non funzionano più.
Però le due Girls mi mancheranno, soprattutto Max, con la quale mi sono sempre un po’ immedesimata.
Mi pace talmente tanto il personaggio di Max che ogni tanto mi diletto anche io nella preparazione dei cupcake e voglio condividere con voi la ricetta del più classico di questi dolci, il Red Velvet che ho preparato per San Valentino e che lui ha molto apprezzato!
Con la differenza che non ho utilizzato il colorante rosso in pasta ma il colorante liquido. Quanto? Circa 40 ml e i cupcake sono venuti di un bel colore rosso. Inoltre ho usato lo zucchero di canna invece dello zucchero bianco.
Avendoli fatti per San Valentino li ho decorati con dei cuori di zucchero rossi e bianchi, di quelli che si trovano tranquillamente nel reparto preparati per dolci del supermercato.
Qui sotto trovate la foto che ho scattato (con il cellulare ... ) ai miei cupcake!



Come vedete ho avuto qualche difficoltà con il frosting: è venuto buonissimo, dolce ma senza essere stucchevole, solo che non sono riuscita ad utilizzare la sac à poche e ho dovuto arrangiarmi con un cucchiaio a distribuire la crema sopra i dolcetti.
Fate anche attenzione alle dosi: la ricetta parla di 12 cupcake, io al sedicesimo pirottino riempito ho buttato l’impasto avanzato (sedici cupcake in due sono davvero too much!), ma credo ne sarebbero usciti ancora cinque o sei, quindi vate i vostri conti!

Per il resto, ricetta ampiamente approvata!!
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giovedì 26 gennaio 2017

#idisagidelcosplay - Daenerys Targaryen




Daenerys della casa Targaryen, "Nata dalla tempesta", la prima del suo nome, regina degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini, signora dei Sette Regni, protettrice del Regno, principessa di Roccia del Drago, Khaleesi del Grande Mare d'Erba, "la Non-bruciata", "Madre dei Draghi", regina di Meereen, "Distruttrice di catene".

Se non si fosse capito, nel Gioco dei Troni io tifo per i Targaryen. Perché hanno i draghi e io amo i draghi. Potevo, quindi, esimermi dal fare il cosplay della Madre dei Draghi? No, certo che no, anche se si tratta di un mainstream e a me non piacciono molto i cosplay troppo inflazionati.
Mannaggia a me e alle mie idee! Sembra facile imitare Daenerys, ma non lo è, per un cazzo!
La prima cosa che ho cercato è stata la parrucca, perché ho pensato “trovata quella, il resto sarà una passeggiata!” … ceeeeertooo! Credici!
Comunque, i Targaryen potevano mai avere un colore di capelli standard? Che ne so, un castano ramato o un nero corvino? No, loro hanno i capelli biondi con i riflessi argento (caro George R.R. Martin, io e te dovremo fare un discorsetto, prima o poi…) e la Khaleesi non poteva certo averli di un colore diverso. Peccato che io no ho a disposizione le risorse quasi illimitate della HBO, e volevo una parrucca adatta senza però vendermi anche un rene … c’è da dire che pure io sono una perfezionista e non la volevo né bianca (orrore!!) né grigia e possibilmente già acconciata; quindi ho trascorso ore su internet prima di riuscire a trovare la lace front del colore giusto, ma ce l’ho fatta: ho una parrucca di un biondo chiaro chiaro (ash blonde) già semi-acconciata. Semi-acconciata, perché ovviamente non mi va bene così come è, e schiavizzerò lui obbligandolo ad indossarla mentre la sistemo.
No, non avrete le foto …


Per il vestito non mi sono posta nemmeno il problema: considerando che non so cucire, l’ho commissionato ad un’amica sarta, che per semplificarmi l’esistenza ha il negozio ubicato ad un’ora e venti minuti di macchina da casa mia. Comodo.
Ultimo, ma non meno importante passo, il make up.
Partiamo dal semplice: Daenerys ha gli occhi azzurri, almeno nella serie; io ho gli occhi azzurri; quindi niente ricerca spasmodica di un paio di lenti azzurre graduate che mi non mi facciano sembrare un’aliena (sì so’ cecata! Se vi siete mai chiesti perché faccio solo cosplay di personaggi con gli occhi blu, questo è il motivo!). Un punto per me, evviva!
Però, e qui iniziano i però, non ho esattamente il viso di Emilia Clarke (magari!!!); quindi sotto con la base e il contouring.
Primo step, il fondotinta, poi il correttore per le occhiaie e quello per i brufoletti (ho quasi 33 anni, ma quando la smetteranno?), quindi un velo di cipria rosata per fissare il tutto. E siamo al momento del contouring sugli zigomi, sulla mascella e sulla fronte, possibilmente impiegando almeno venti minuti per sfumarlo bene che l’effetto pennellata di prova a me proprio fa cacare. E fino a qui niente di nuovo…
Labbra e occhi tutto tranquillo.
Ma la particolarità della Clarke sono le sopracciglia, grandi folte e scure, che persino Cara Delevigne gliele invidia! Avete presente quei bei tronchi che vanno di moda ultimamente? Bene … sappiate che le mie non si avvicinano neanche lontanamente a quelle della Clarke, ma proprio zero, niet, nein, nada de nada. Le mie sopracciglia sono sottili sottili, quattro peletti smorti che quasi non sanno nemmeno loro perché stanno lì, e pure belle distanti. Neanche a volerle far crescere selvagge si avvicinano a quelle della Khaleesi nazionale. Non ci siamo proprio.
Cari i miei make up artist di HBO, ma una ceretta a ‘sta povera ragazza non potevate fargliela? Una passata con la pinzetta, magari? Non potevate pensare a noi povere cosplayer che ci saremmo ritrovate a dover imitare cotanta peluria, pur avendo quattro peletti rattrappiti? No?
Va beh, io ci ho provato. Il risultato finale lo vedrete a Novegro, anche se ho pubblicato un'anteprima su Instagram.


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domenica 15 gennaio 2017

Serial Crush


A chi non è mai capitato di prendersi, almeno una volta, una cotta, tanto clamorosa quanto platonica, per un attore di una serie tv? Dai, lo so che tutte voi donzelle avevate le pareti delle vostre stanze tappezzate con i poster di James Van Der Beek o Joshua Jackson (Dawson’s Creek), di Jared Padalecki o Milo Ventimiglia (Gilmore Girls), o, se avete qualche anno meno di me, di uno dei fratelli Salvatore (The Vampire Diaries).
Ecco, io in realtà ho sempre avuto gusti particolari per quanto riguarda le serie tv: Beverly Hills 90210 non mi ha mai appassionata, ma forse allora ero troppo piccina, e ancora meno mi attiravano Dawson e la sua cricca. Quindi mentre tutte le mie compagne di classe si strappavano i capelli per le vicende del teen drama di turno, io mi innamoravo dei camici bianchi del Chicago General Hospital. Letteralmente.
E.R. – Medici in Prima Linea (ci tengo al titolo italiano!) è la mia serie del cuore, quella di cui ho seguito tutte, e dico tutte, le 15 stagioni, rigorosamente in prima serata su Rai 2, quando la parola streaming non era ancora stata inventata.


E tra le barelle del Pronto Soccorso il mio cuore ha iniziato a battere per il dottor John Carter, interpretato da un allora giovanissimo Noah Wyle. Non ridete, suvvia! Lo so che non è esattamente l’emblema del manzo, ma ero giovane e ingenua allora. La mia passione per il dottor Carter è durata fino a quando nelle corsie del Chigago General ha fatto la sua comparsa il dottor Gates, alias John Stamos, un figone che ancora oggi, a 53 anni, mi fa ribollire gli ormoni! Non per nulla è stato sposato con Rebecca Romijn. Ca va sans dire…


Nel frattempo, e siamo ai miei vent’anni, madre (perché in fondo era lei che deteneva il vero potere sul telecomando!) decide di farmi appassionare ad un altro medical drama, che in realtà è più drama che medical: Grey’s Anatomy. I miei ormoni rimangono stranamente abbastanza indifferenti alla fauna del Seattle General, e pensavo che il fascino del camice bianco fosse per me limitato alla città di Chicago. Ahahahahaha … ingenua! Non avevo calcolato Jesse Williams, aka dott. Avery, un mulatto dagli occhi verdi che ciao proprio!
È poi la volta di Spartacus, e del bellissimo e purtroppo rimpianto Andy Withfield, il primo e gnocchissimo protagonista della serie Starz; in realtà tutto il cast è un catalogo di manzi da paura; cioè, di Manu Bennet ne vogliamo parlare?


Venendo ai giorni recenti, il mio cuore ha battuto intensamente per il King of the North Richard Madden, ahimè fatto fuori alla fine della terza stagione insieme a mezza casata Stark (maledetti Frey!). Ammetto che George R.R. Martin si è beccato molti e sanguinosi insulti da parte mia per questa dipartita.
Al momento grandi gioie me le stanno dando le serie CW; del resto i supereroi hanno sempre il loro fascino!

Stephen Amell (Arrow) ha una fisicità pazzesca e un sex appeal notevole anche quando prende a martellate un copertone (!!!); peccato che con il copertone condivida anche l’espressività recitativa!
E poi Wentwoth Miller … ah, Wentworth Miller! Lo avevo più o meno catalogato tra i materassabili ai tempi di Prison Break e me lo ritrovo undici anni dopo nei gelidi panni di Capitan Cold in Legends of Tomorrow: sguardo azzurro ghiaccio, sorriso malandrino e un accento strascicato da bad boy che apriti cielo!
Non è un caso che ho iniziato un rewatch di Prison Break dalla prima, gloriosa stagione.



Per la gioia dei maschietti, prossimamente farò un post con le attrici gnocche delle serie tv! si accettano suggerimenti!!!

Ph Credits: Google
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martedì 3 gennaio 2017

Quantico... quando l'FBI provoca mal di testa!




Le feste natalizie, si sa, invitano all’ozio; con il buio e il freddo chiusi fuori dalla porta, non c’è nulla di meglio di una serata passata accoccolati sul divano, sotto una copertina, con una bella serie tv.
Io e lui abbiamo approfittato di una di queste occasioni per un binge-watching di Quantico, seconda stagione, prima midseason, che avevamo lasciato in sospeso dopo esserci divorati la prima stagione nell’estate.

Quantico, una serie che vi consiglio caldamente se amate i telefilm ad alto tasso di mal di testa! Tanti, forse troppi personaggi, una trama sì avvincente e ricca di colpi di scena, ma altrettanto caotica, confusa e spesso disorientante, che vi faranno esclamare più di una volta “Ma cosa sta succedendo?”.
E se nella prima stagione avevo subito adocchiato il principale sospettato, nella seconda nemmeno i miei sensi di ragno (che non ho …) riescono a districarsi tra nemici che sono amici, amici che sono nemici, amici che sono nemici e poi di nuovo amici … scusate, ho di nuovo mal di testa …

Al centro delle vicende c’è Alex Parrish, recluta dell’FBI a Quantico, interpretata dalla bellissima Priyanka Chopra, Miss Mondo 2000, che rimane coinvolta nell’esplosione alla Grand Central Station a New York, ma ne esce miracolosamente illesa; viene però accusata di essere la terrorista e diventa l’oggetto di una gigantesca caccia all’uomo che coinvolge anche i suoi ex compagni di addestramento. Alex dovrà non solo scagionare se stessa, ma anche trovare il vero terrorista, che scopriremo essere un membro dell’FBI.
Come se ciò non fosse già abbastanza complicato, la trama è divisa in due storyline distinte ma allo stesso tempo intrecciate: una è quella del presente e dell’attentato, la seconda invece è un flashback nel passato durante l’addestramento a Quantico, nel quale viene svelata, episodio dopo episodio, la genesi dei rapporti interpersonali che si vedono nel presente.
Nella seconda stagione troviamo uno schema analogo, con Alex questa volta recluta della CIA nel passato e unica in grado di sventare di nuovo un attacco terroristico nel presente.
Inutile dire che tutti, tranne Alex, fanno il doppio gioco, triplo gioco, quadruplo, quintuplo, e non è mai possibile dire con esattezza se un personaggio è amico di Alex oppure nemico, se sia una spia o se sia a sua volta spiato; non si può mai essere sicuri di nulla. Ogni dettaglio potrebbe essere rivelatore di qualcosa che magari poi si scopre non avere importanza ai fini ultimi delle vicende; ogni parola, frase o gesto deve essere tenuta in considerazione. Inoltre tutti nascondono dei segreti nel loro passato, tutti hanno qualcosa che non vogliono far sapere agli altri, e che li rende potenzialmente sospetti.
Insomma, un gran casino!

Però, mal di testa a parte, Quantico è un’ottima serie, ben girata e ben recitata, anche se forse, per quel che mi riguarda, pecca un po’ di eccesso di patinatura: i protagonisti sono tutti bellissimi, con fisici da modelli, sempre ben pettinati e truccati; nessuno ha mai un capello fuori posto, il trucco sbavato o gli abiti impolverati; insomma sembrano sempre appena usciti dalla copertina di Vogue, anche dopo una corsa di dodici chilometri.
I personaggi però sono ben caratterizzati e ben raccontati, ognuno con le proprie abitudini e manie che vengono piano piano svelate nel corso degli episodi.
Come ho già detto prima, la trama, seppur caotica, è avvincente e ricca di colpi di scena (forse pure troppi!) anche se ogni tanto perde di mordente e i collegamenti tra le vicende dei protagonisti sono al limite dell’incredibile; lo si nota soprattutto sulla lunga distanza, ovvero nella seconda midseason della prima stagione, e questo mi convince sempre di più della migliore qualità di serie più brevi, composte solo da una decina di episodi invece che dei canonici 22.
La seconda stagione, della quale si è appena conclusa la prima parte, è addirittura più contorta e complessa della prima, con continui cambi di fronte tra amici e nemici che non fanno altro che rendere il tutto incerto; vedremo come gli sceneggiatori hanno intenzione di districare gli eventi negli episodi a venire.

Voto: 7.5.  

Ph. Credits: Web
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