sabato 1 novembre 2014

I sogni non hanno grado

Non era un "sogno" di quelli grandi, belli e impegnativi, degni dei migliori climber di tutto il mondo. Non ne erano protagoniste quelle pareti lisce, difficili tecnicamente e psicologicamente, che sembrano inviolabili e tali rimangono per la maggior parte delle persone.
Il mio era un sogno più modesto, facile, ripetuto da molti, alla portata di tutti, soprattutto dei Pippons.
Però era un sogno … un sogno mio e del socio.
Da tempo, infatti, progettavamo di salire la Corma di Machaby, o Paretone di Arnad, come lo conoscono in tanti.
Da tempo sognavo di rimettere le mani su Bucce d'Arancia, via con la quale avevo un conto in sospeso da due anni esatti, dal corso di arrampicata libera, quando avevo dovuto abbandonarla a metà. Troppo lunga la via, con i suoi 9 tiri e 280 metri, troppo impegnativa, ed io e la compagna di cordata troppo inesperte e poco allenate per affrontarla, soprattutto di testa. Alla quinta sosta avevamo dovuto abbandonare, si era fatto troppo tardi, e scendere in doppia.
Ma mi era rimasto un che di sospeso, una questione irrisolta. Da due anni, ogni volta che ripassavo da quelle parti, osservavo il Paretone, e con gli occhi gli promettevo che sarei tornata, che avrei affrontato la parete, e che questa volta avrei vinto io.
Il socio si era fatto contagiare dal mio sogno e ne parlavamo da inizio stagione, da quando ho comprato le mezze e siamo diventati, oltre che amici, una cordata.
Ma vuoi per il meteo, vuoi per l’inesperienza iniziale che ci aveva tenuti alla larga dal Paretone, vuoi perché in estate quella placconata esposta in pieno sole è impraticabile, il sogno era rimasto tale.
Era un sogno.
Non lo è più.
Ce lo siamo andati a prendere quel sogno.
Più o meno.
Perché il sogno, quello vero, Bucce d'Arancia, era troppo affollato. Quattro cordate da tre davanti a noi promettevano un’attesa di almeno un’ora alla base e intasamento alle soste; non avevamo voglia di aspettare e abbiamo ripiegato su Diretta al Banano, altrettanto facile, altrettanto plaisir, meno affollata: una sola cordata con noi, un paio su Anchorage e una su Galion, con le quali, salendo in parallelo uno accanto all’altro, sempre a portata di voce, facciamo anche amicizia di sosta in sosta, ridendo e scherzando, sopportando meglio le folate di vento gelido che da metà parete in poi tormentano tutti quanti.
In 5 ore siamo fuori, in cima alla Corma.
Il sogno si è realizzato, anche se a metà: il Paretone lo abbiamo conquistato, ma non Bucce d'Arancia ...

... posso ancora sognare ...
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martedì 16 settembre 2014

Ponte Brolla - Zombilio + Quarzader



Domenica 31 agosto.
Le ferie sono finite da una settimana e si torna di nuovo a scalare nel weekend. Il socio storico, con il quale non siamo quasi mai riusciti a trovarci durante le mie settimane di vacanza, si rende disponibile per la domenica. Ho le mezze corde che scalpitano, abbandonate nell’armadio a muro in stanza: hanno voglia di uscire in ambiente e io di andare con loro.
Per questo propongo una via invece della solita falesia. Inizialmente vorrei andare ad Arnad, al Paretone, a rifare Bucce d’Arancia con la quale ho un conto in sospeso da un paio d’anni. Ma guardo il meteo e le temperature previste non mi convincono. Alla ricerca di idee capito, come spesso accade, sul sito dei Sass Baloss e trovo la relazione della via Quarzo (o Quarzader, che dir si voglia) agli Speroni di Ponte Brolla. Da quanto trovo scritto mi sembra interessante. Scartabello ancora un po’ e trovo una relazione un po’ più scarna su Gulliver. 11 tiri, 380 metri di sviluppo 5b obbligato, 5c+ massimo. L’accoppiata Sass Baloss + Gulliver mi convince e la propongo al socio, al quale l’idea piace.
Luca, su facebook, me la sconsiglia e mi dice di portarmi molta molta acqua, aggiungendo che si tratta di una delle vie più brutte che abbia mai fatto, sulla quale ha patito tanto la sete.
Le previsioni però danno nuvoloso e non troppo caldo; inoltre io e Luca abbiamo tendenzialmente uno stile di arrampicata molto diverso, quello che piace a me non piace a lui e viceversa. Quindi considero la sua bocciatura di buon auspicio.
Domenica, ore 7, si parte, destinazione Svizzera.
Più ci avviciniamo alla frontiera e meno il meteo sembra aiutarci.: a Verbania pioviggina; a Cannobio piove. Eppure il meteo svizzero non prevedeva pioggia. Il nostro umore, seguendo il peggiorare del tempo, si fa via via più nero.
Arrivati alla frontiera, però, quasi incredibilmente non piove più e varcato il confine è tutto asciutto.
Raggiungiamo abbastanza facilmente la Valle Maggia e il punto dove parcheggiare l’auto seguendo le indicazioni trovate su internet. Ci sono molte altre auto, sintomo che la zona è piuttosto frequentata.
Alla macchina ci imbraghiamo, prepariamo l’attrezzatura, gli zaini leggeri con l’acqua e la frutta per sopravvivere alla via, prendiamo una mezza a testa e saliamo lungo il sentiero, che è ripido ma abbastanza agevole. In 20 minuti circa arriviamo all’attacco, anche se impieghiamo un po’ di tempo per individuarlo.
Vediamo che però ci sono ben tre cordate davanti a noi, una alla prima sosta e due pronte a partire. Noi saremmo la quarta cordata sulla via e sinceramente l’idea non mi fa impazzire. Propongo a Gabry di fare la via che corre subito accanto a Quarzader, Zombilio, sulla quale c’è solamente una cordata che sta già liberando la S1, ed è solo leggermente più facile; inoltre Zombilio termina dopo 7 tiri congiungendosi con Quarzader alla sua sesta sosta. Da lì poi possiamo proseguire con gli ultimi 5 tiri dell’idea originale.
Vada per Zombilio. Partiamo con 20 rinvii (16 di Gabry, 4 miei), ma non serviranno mai tutti, anzi, probabilmente sarebbero bastati i 16 di Gabry, ma noi preferiamo avere sempre qualche rinvio in più, nel caso si renda necessario aiutare l’A0. Usiamo, le mie “Contorte”, due mezze da 60 metri.

Tiro 1: sale Gabry da primo, io da seconda. Placca feroce ma ben chiodata. I primi metri si salgono in aderenza pura, tutti gli appigli più buoni sono rovesci. Se il buongiorno si vede dal mattino … per fortuna da metà tiro in poi si segue una vena leggermente più lavorata, ma sempre su placca e sempre su micro apppigli, e appoggi svasi. È data 4c … boh …

Tiro 2: prendo coraggio e lo tiro io da prima. Proseguo su questa vena leggermente rugosa per poi raggiungere una frattura da seguire. Il tiro è ben chiodato e la sosta tutto sommato comoda. La danno 4c … va beh, sarà … non riesco a dare un giudizio, sono talmente concentrata a scalare che non mi rendo conto di nulla, nemmeno di avere usato i miei rinvii e non quelli di Gabry. Me ne accorgerò soltanto al tiro successivo al momento di recuperare il materiale. E sì che sono ben diversi …

Tiro 3: sale di nuovo Gabry da primo, ancora sulla placca seguendo una vena di piccoli quarzi che non crea grandi problemi neppure a me. Nuovamente un tiro ben chiodato. La sosta non è così comoda. 4c

Tiro 4: di nuovo io da prima, di nuovo senza grandi problemi su placca ben chiodata gradata 4c. La sosta è comoda e Gabry si lamenta che a lui capitano sempre e solo soste scomode.

Tiro 5: parte Gabry su quello che è sicuramente il tiro chiave della via Zombilio. Inizialmente si sale dritti sulla placca cercando appigli e appoggi sfuggenti, in ultimo si traversa verso Quazader, con movimenti per nulla banali perché sempre su appigli e appoggi precari. La chiodatura è sempre ottima, ma il tiro è decisamente più tecnico dei precedenti e la gradazione 4c sembra davvero un po’ strettina.

Tiro 6: tocca di nuovo a me e questa volta incontro difficoltà. La placca davanti a me è davvero liscia. Trovo per la mano destra una rughetta quasi verticale che mi faccio bastare per alzare i piedi e rinviare. Adesso sulla destra ho due ottimi buchi, ma da lì probabilmente non riuscirò a rinviare di nuovo. Dritto per dritto mi sembra impossibile salire. Cerco una soluzione, una alternativa, ma il cervello si spegne. Fine delle trasmissioni. Vado nel panico e chiedo un bloccaggio. Respiro. Mi concentro. Osservo bene la roccia. Respiro. Mi concentro. Riparto e … faccio il passo. Rinvio. Il resto del tiro è nettamente più facile e scalabile, molto più articolato e ottimamente chiodato. 4c, sosta comoda.

Tiro 7: parte Gabry. Tiro di placca plaisir, c’è solo un bel runout a metà, quasi insolito per una via chiodata così bene in tutti i tiri, ma comunque sul facile. 4c. Sostiamo alla S6 di Quarzader, un paio di metri più su della S7 di Zombilio, ma più comoda e utile perché vogliamo proseguire. Ci fermiamo un po’ per scalzare le scarpette, mangiamo una mela, consultiamo le relazioni perché da qui la via si fa più impegnativa.

Tiro 8: riparte Gabry, perché il tiro chiave della via Quarzader è il nono, che però, avendo fatto un tiro in più sulla Zombilio, adesso diventa il decimo, e non me la sento di tirarlo io. Qui la via si fa decisamente più verticale. Si sale per lame facili fino ad uno sperone, da lì si passa sotto un tetto che va aggirato a sinistra con passo delicato (soprattutto per i piedi) in traverso, da lì si sale ancora e si trova la sosta, che però è comoda solo per assicurare il secondo di cordata, ma non per assicurare il primo sul tiro successivo. Per fare quello ci si deve spostare oltre lo spigolo su un comodo terrazzino. 5a+
Sarebbe un tiro meraviglioso se io non avessi i piedi cotti e dolorantissimi. Ho addirittura vesciche sotto le dita dei piedi. Per il dolore non riesco a scalare bene, non riesco a caricare i piedi e scalo completamente deconcentrata. In effetti un paio di soste fa avevo domandato a una cordata di italiani perché scendessero tutti alla S7 e la risposta è stata “male ai piedi”. Non vi avevo dato importanza, ma adesso capisco.
Chiedo a Gabry se se la sente di tirare lui tutti i restanti quattro tiri.

Tiro 9: si inizia salendo per facili risalti cercando di evitare di calpestare i ciuffi di erica selvatica. Si continua poi verso sinistra verticalmente per roccette lavorate fino ad una sosta. ma questa prima sosta scomoda va saltata per salire fino ad un terrazzino dove si trova una sosta molto più comoda, dove ci si può sedere e riposarsi anche un po’. Continua la mia lotta al mal di piedi, ogni passo è una sofferenza e non riesco a caricare i piedi, non li sento, anzi, sento solo il male, non so mai se terranno oppure no. Azzero tutto l’azzerabile, anche se i passaggi non sono così complicati e so che in falesia un tiro simile lo farei tranquillamente da uno. Chiodatura buona, 5b. Alla sosta ci fermiamo per un po’. I miei piedi hanno bisogno di riposo e ne approfittiamo per fare qualche foto “aerea”. peccato per il panorama un po’ troppo industrializzato …

Tiro 10: è il tiro chiave della via Quarzader (sarebbe il 9), dato 5c+, 5b/A0. Si sale verticalmente sfruttando delle concrezioni di quarzo che assomigliano più a dei bitorzoli. Il passo duro è il traverso verso sinistra a metà tiro, abbastanza esposto e con passi di 6a. Però è azzerabile. E io, modestamente, azzerai …

Tiro 11: è il tiro più bello e caratteristico della via. Si sale lungo una vena di quarzo, utilizzando le tante concrezioni. Tiro bello, verticale, vario e divertente. A parte l’attacco che mi ha messo in non poca difficoltà, visto che si deve risalire uno spuntone boulderoso, con appigli molto alti e solo un cordino, niente di buono per i piedi. Mi sono issata usando il cordino e spalmando un piede e un … ginocchio … va beh, l’eleganza la terremo per un’altra volta … 5b. I piedi fanno un po’ meno male (o forse fanno talmente tanto male da non sentirli più) e riesco a scalarla.

Tiro 12: si sale inizialmente per una fessura ben ammanigliata, poi la placca si appoggia notevolmente per arrivare in sosta. Tiro finale senza infamia e senza lode. 4c

Arrivati in sosta tiro un sospiro di sollievo: è finita, è finita la sofferenza! È tanto bello indossare calze e scarpe da avvicinamento che quasi mi commuovo. Dopo aver recuperato l’attrezzatura cerchiamo il sentiero di discesa. Vediamo una traccia seminascosta dall’erba alta; ci incamminiamo, pensando, o forse sperando, che la traccia migliorerà. Ci sbagliamo. Impieghiamo più di due ore per scendere, lungo una traccia poco intuibile, una non-traccia che porta a guadare due torrentelli su rocce viscide e poi a scendere per risalti e roccette, poco agevoli e molto faticose, rischiando più e più volte di scivolare, inciampare e ruzzolare. Avremmo fatto molto meglio a calarci in doppia.

Nel complesso una via divertente, peccato solo che la parte più bella arrivi dopo 6/7 tiri di placca appoggiata, correndo il rischio di cuocersi i piedi se non si hanno scarpette adatte allo spalmo.
La chiodatura è sempre buona ma i gradi, a mio parere, sono un po’ stretti, soprattutto su Zombilio.
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giovedì 4 settembre 2014

Nuove scarpe, vecchie canzoni



Dovrei guardare dove metto i piedi, lo so. Anche se il sentiero è facile, farsi male in discesa è un attimo. Una buca, una pietra, del fango e ti ritrovi gambe all’aria.
Ma le scarpe nuove mi danno una sicurezza del tutto diversa. Quelle vecchie mi hanno definitivamente abbandonata ieri, lungo il sentiero che sale in vetta al Mont Chetif, un itinerario poco impegnativo per me, evidentemente non per un paio di scarpe con alle spalle sei anni di onorato servizio.
Quanta tenerezza mi hanno fatto, così rotte, vecchie e sporche, con il goretex strappato in più punti e la suola così consumata da non aderire neppure al più semplice dei terreni.
Mi sono sembrate così tristi, con il loro colore grigio topo e le stringhe ormai sfilacciate, attempate compagne di mille passi su e giù per pietre e sentieri, alla scoperta della montagna nei suoi mille aspetti, tristi quasi fossero consapevoli di essere giunte al capolinea, quasi capissero che stavano per essere sostituite da un paio di scarpe nuove di zecca, leggere, colorate, allegre, che ho dovuto acquistare perché non potevo proseguire la vacanza senza scarpe!
Ho salutato le scarpe rotte col doveroso rispetto che meritano delle vecchie amiche e, indossate le nuove e sgargianti compagne di cammino, mi trovo ora a percorrere un tratto dell’alta via n°2 della Valle d’Aosta, nel punto che dal rifugio Elisabetta scende a Courmayeur.
Il freddo pungente incontrato sul Col de la Seigne ha lasciato il posto ad un tiepido sole che non riesce a scaldare troppo l’aria frizzante di una stagione poco favorevole dal punto di vista meteorologico, ma che comunque mi permette di chiudere nello zaino la giacca da snowboard. Anche il vento è calato non appena abbiamo oltrepassato il rifugio Elisabetta.
Le Pyramides Calcaires, imponenti isole di puro calcare bianco in quel mare di granito che è il Massiccio del Monte Bianco, sono ormai alle nostre spalle, così come l’Aiguille des Glaciers, l’Aiguille de Trélatête e il loro ghiacciaio di Lex Blanche.
Ogni tanto mi volto ad osservare la distesa erbosa che racchiude tutte le tonalità del verde, punteggiata dai bianchi, viola e gialli dei fiori, dagli spinosi cardi e abitata prevalentemente da timide marmotte, che in questo luogo così timide non sono, ma sbucano curiose a gruppi di quattro o cinque per poi scomparire veloci quando i nostri piedi umani sono a pochi metri da loro.
La parte più difficile del tracciato è superata. Davanti a me la valle comincia a declinare più dolcemente, solcata da un reticolo di rigagnoli azzurri, più o meno ampi, che interrompono il verde intenso dei prati. Vedo la strada, una serpeggiante striscia marrone, che diventa grigia in prossimità delle prime conifere.
Dovrei guardare bene dove metto i piedi, ma non riesco a staccare gli occhi dal paesaggio che ho davanti: le imponenti vette del gruppo del Monte Bianco si stagliano nitide contro un cielo di un azzurro tanto intenso da far quasi male allo sguardo. Davanti a me l’Aiguille Noire, scura, aguzza, imponente e severa, dietro la quale, più rotonde e massicce, ma altrettanto maestose compaiono le Aiguilles Blanches, scintillanti di neve e ghiaccio; alle loro spalle si intravvedono le cime più alte delle Grandes Jorasses, e poi ancora il Monte Bianco, parzialmente coperto dalle vette più vicine, il Grand Combin, il più modesto Mont Chetif … una vista tanto spettacolare da togliere il fiato.
Io e le mie socie di trekking camminiamo ormai da cinque ore. Non ho idea se anche loro provano lo stesso attonito stupore, la stessa meraviglia che mi azzera le parole, ma da un paio d’ore a questa parte tra noi è calato il silenzio. Io mi sto godendo la camminata, la fatica, il sole e il paesaggio, e credo che anche loro siano nel mio stesso stato d’animo.
Ad un tratto Miriam inizia a canticchiare una vecchia canzone italiana, forse per interrompere l’assenza di dialogo, forse per non pensare alla fame e alle gambe stanche, e alle due ore di cammino che ancora ci attendono; immediatamente la seguo e nel giro di pochi istanti cantiamo a squarciagola, più o meno a tempo, più o meno intonate, non badando agli altri escursionisti che ci guardano attoniti e un pochino divertiti. Clara, che non parla italiano e non conosce la canzone, ci ascolta ridendo.
Cantiamo e cantiamo, Vasco, Mina, Vecchioni e De Gregori; cantiamo e cantiamo, e intanto i piedi vanno, un passo dopo l’altro, un metro dopo l’altro.
La strada si fa più agevole e si immerge nel bosco di conifere via via che scendiamo verso Courmayeur. L’Aiguille Noire si avvicina, si fa più imponente e maestosa. Non posso fare a meno di pensare a quanto mi piacerebbe scalarla, a quanto mi piacerebbe posare mani e scarpette su quella guglia di granito nero che non sarò mai in grado di salire. E mentre i miei occhi la frugano, ricercando le linee logiche di salita, raggiungiamo l’albergo, la nostra destinazione, posto proprio sotto il ghiacciaio della Brenva.
Un saluto a Clara, compagna improvvisata, poi io e Miriam saliamo in stanza. Una doccia veloce, un riposino e poi … Pizza!!


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giovedì 7 agosto 2014

Miao Miao



Mercoledì pomeriggio, un mercoledì qualunque di un luglio che sembra ottobre. Dalle finestre vedo il cielo minacciare pioggia, come quasi tutti i giorni ultimamente e io, seduta in ufficio davanti al pc, mi sto annoiando della quotidiana routine.
Accanto a me il cellulare trilla con cadenza quasi regolare. So che non dovrei, ma Whatsapp mi tiene costantemente in contatto con il mondo esterno, e mi salva spesso dall’apatia che colpisce nelle settimane estive che precedono le agognate ferie.
Il suono stupido, che imita una freccia scagliata, e il led viola mi avvisano che un nuovo messaggio è arrivato.
Termino quello che sta facendo e poi apro l’applicazione.
Un messaggio sul gruppo della Pole Dance. Noi polers siamo un gruppo numeroso e attivo, e scriviamo spesso, a turno, sia che si tratti di informazioni di servizio, sia per enormi cavolate, e per le cavolate, modestamente, sono una di quelle più attive.
Questa volta a scrivere è Lucia: “Erica, ma è vero che ti esibisci sabato 26 alla serata per il gattile?”. Che? Non ne sapevo nulla.
Dallo scambio di messaggi tra le due, scopro che Lucia è volontaria al gattile e che sta organizzando una serata benefica il prossimo 26 luglio a Galliate e che Erica si esibirà. Lucia chiede poi a noi ragazze presenti sul gruppo se vogliamo partecipare come modelle alla sfilata. Io che in queste situazioni mi trovo sempre abbastanza a mio agio, dopo essermi assicurata che non stiano cercando top model, perché chiaramente non lo sono, accetto di buon grado, allettata dalla prospettiva di una serata diversa dal solito e dall’idea di fare qualcosa di buono per i mici.
Quindi … che sfilata sia!!
Nei giorni seguenti vengo contattata dalla dottoressa del gattile che mi da tutte le informazioni necessarie; a quel punto non mi resta che andare a provare i vestiti. Sono previste tre uscite: una in pigiama (!!!), una in abbigliamento casual e una elegante.
I pigiami li fornisce per tutte le ragazze un unico negozio, l’Intimo SottoSopra di Trecate. Lì, con l’aiuto di Ornella, la simpatica proprietaria, trovo una camicia da notte blu che mi fa sembrare un po’ Wendy, e che proprio per questo mi piace tantissimo!
Gli altri abiti, invece, vengono forniti da tre negozi, di Galliate e Trecate. Io scelgo, del tutto casualmente lo ammetto, Rosso Porpora di Galliate. Lì, per l’uscita casual, trovo un paio di bermuda rossi e una maglietta stampata, che a dire il vero mi convincono poco, e per l’uscita elegante un abitino in pizzo beige di cui, invece, mi innamoro appena lo indosso: è decisamente il mio stile e sono quasi tentata di dire alla proprietaria che vorrei comprarlo, poi guardo il prezzo e decido che non me lo posso permettere …
Il martedì abbiamo una riunione al gattile, dove conosco Cristina, un’altra poler reclutata per la sfilata, e dove ci spiegano un po’ più in dettaglio come si svolgerà la serata.

Infine arriva il sabato, che meteorologicamente non si smentisce: mi sveglio con un cielo plumbeo, la pioggia che cade fitta e un freddo che fa poco sperare per la riuscita della serata.
Ma come si dice? The show must go on, e alle dieci meno un quarto ho appuntamento con Cristina per andare dal parrucchiere a Pernate ad iniziare i preparativi. Arriviamo presto e ci concediamo caffè e cappuccio al bar, prima di metterci nelle mani di coloro che dovranno trasformarci in “modelle”.
Io sono fortunata: alla fine esco solamente con i capelli lisci, sulla cui durata ho notevoli dubbi vista la giornata uggiosa. A Cristina, invece, vengono lasciati i bigodini in testa, con i quali dovrà convivere fino a sera!

Terminata questa prima fase, abbiamo appuntamento al castello di Galliate alle 15.30 per le prove generali della sfilata.
Arrivo nella piazza del castello con circa quindici minuti di anticipo e con il sole incredibilmente apparso sopra le nostre teste. Intercetto Cristina, anche lei in netto anticipo, e cerchiamo di capire da quale parte si entra. Ci tocca fare tutto il giro del castello prima di capire che la serata si svolgerà in un cortile sul retro. Molto bene!
Alla spicciolata arrivano tutte le ragazze e iniziamo con le prove. Componiamo i gruppi dei negozi, gli abbinamenti tra ragazze e con i bimbi. Per l’uscita casual vengo abbinata ad una bimba, Gaia, vispetta e tenerissima, che mi rimarrà appiccicata per tutta la sera; in pigiama sfilerò da sola, a piedi nudi, tenendo in braccio il mio adorato orso di peluche, sembrando ancora di più l’amica di Peter Pan; invece per l’uscita elegante sarò l’ultima insieme ad uno dei mini-boys, scelta obbligata vista la mia altezza mignon.
Proviamo e riproviamo le uscite e il finale, con e senza musica; sbagliamo noi ragazze, sbagliano i dj, e ogni volta ricominciamo; proviamo per quasi tre ore. Io sono già stanca e ancora dobbiamo essere pettinate e truccate; sono già stanca e ancora deve iniziare tutto. La serata si annuncia lunga e frenetica; temo di non ricordarmi nulla di quello che devo fare, ho paura di cadere dai tacchi, visto che le assi del palco sono abbastanza sconnesse; fortunatamente non sono l’unica con queste paure: l’ansia generale comincia a crescere, ma cerchiamo di esorcizzarla ridendo.
Io e Cristina decidiamo di andare a fare un veloce aperitivo al Due Colonne, giusto per mangiare qualcosa, e lei, super temeraria, gira per Galliate con i bigodini in testa!
Quando torniamo sono già al lavoro la truccatrice e i parrucchieri. Ci mettiamo in coda in attesa di essere preparate, ma i minuti passano inesorabili e inizia a salire il panico: c’è chi non si ricorda più cosa deve fare, chi ha paura di fare una figuraccia, chi spera non ci sia nessuno che conosce tra il pubblico.
Per quanto mi riguarda, alle sette Gabriele mi scrive su whatsapp dicendomi che sta arrivando, munito di macchina fotografica, anche se un po’ in anticipo. Vista la fila di ragazze che devono farsi truccare prima di me esco un attimo e sto un po’ fuori con lui, così mi rendo realmente conto di come sarà il palco addobbato, dove sarà la giuria e tutto quanto.
Rientro dietro le quinte abbastanza per tempo, ma sono già quasi le nove quando riesco a farmi truccare e finire di acconciare i capelli. Velocemente metto il pigiama, afferro l’orso e sono pronta.
Siamo tutte pronte e siamo in attesa. Immaginavo si tardasse, ma alle nove e un quarto non ci sono ancora segni che la serata debba iniziare.
Sappiamo che Edoardo Raspelli, presidente di giuria, è già arrivato, ma non capiamo cosa accada.
Poi entra la presentatrice, ci riuniamo cinque minuti, ripassiamo velocemente quello che dobbiamo fare e, finalmente, si comincia.
Fortunatamente la prima uscita è quella del pigiama, quindi sono a piedi nudi e non devo preoccuparmi di non cadere dai tacchi. Devo solo pensare a sorridere, o almeno a far sembrare un sorriso la mia paresi facciale. Come prevedevo i riflettori sono molto forti, e non vedo il pubblico, anzi non vedo praticamente nulla al di là del palco; riesco a malapena ad individuare Gabriele, solo perché so dove è posizionato e lì vedo scattare un flash.
La prima uscita va via liscia, anche se avevamo qualche perplessità su come avremmo dovuto ritornare dietro il palco. Ci cambiamo molto velocemente per l’uscita casual e io, per non impigliarmi con il collo della maglia nei capelli raccolti, riesco a sporcarlo di fondotinta, che non uso mai e non avevo minimamente tenuto in considerazione. Ma cazzo! Va beh, non posso farci niente, spero solo non si noti da lontano.
Ci posizioniamo che già il primo gruppo è partito. Manca però una delle ragazze, che non ha realizzato che tocca già al nostro gruppo. La chiamiamo appena in tempo, meno male!
Dall’altra quinta vedo Gaia, la bimba che mi deve raggiungere. Mi fa un cenno, come a dire “tranquilla, so cosa devo fare”. Piccola ma sveglia la bimba!
Usciamo, facciamo il nostro breve sketch e ce ne torniamo dietro le quinte.
Velocemente indosso l’abito per l’uscita elegante, ma fortunatamente c’è un piccolo intervallo tra le uscite. Cambio anche le scarpe e metto un paio di sandali tacco 13, dai quali spero di non precipitare. Provo a fare qualche passo e sembra tutto sotto controllo.
Io sono nell’ultimo gruppo ad uscire. Fin’ora è andato tutto bene. Siamo tutte un po’ più tranquille, e anche se ancora i sorrisi sui nostri volti sono un po’ tirati, non sembrano più delle mezze paresi.
Anche questa uscita scorre senza intoppi e noi non dobbiamo neppure cambiarci d’abito perché il finale si farà con questi abiti.
Tra poco dovrebbe esibirsi Erica, che nel frattempo ci ha raggiunto dietro le quinte e ha iniziato a fare stretching con serafica tranquillità, mentre noi “modelle” corriamo avanti e indietro in preda all’isterismo.
Chiaramente voglio vederla esibirsi, quindi esco tra il pubblico.
Raggiungo Gabriele, che mi fa vedere le foto che ha fatto. Le foto sono belle, ma io non mi piaccio, non sono fotogenica e sembro una scema, ma fa niente. Tanto ormai quel che dovevo fare l’ho fatto.
La pausa si protrae un po’ più a lungo del previsto e io con quell’abitino inizio ad avere freddo. Dopo 25 minuti, finalmente Erica si esibisce, e io e Cristina ci mettiamo tra il pubblico a fare casino e ad incitarla. Noi polers dobbiamo distinguerci. Sempre!
Dopo l’esibizione di Erica, saluto Gabry e rientro dietro le quinte in attesa del finale.
Ogni tanto fa capolino Raspelli, che sinceramente mi aspettavo più grasso (è vero, la televisione allarga!) e più simpatico e cordiale, invece parla quasi esclusivamente con l’altra madrina della serata, la modella e attrice Maura Anastasia, che, ammetto l’ignoranza, non avevo mai sentito nominare prima.
Poco importa, abbiamo quasi finito.
Ci chiamano per il finale. Usciamo, nell’ordine pattuito in prova, noi ragazze, i bambini, quindi la presentatrice, le negozianti, parrucchieri, truccatrice, lo staff del gattile, Erica e infine la Anastasia e Raspelli che decretano le vincitrici, Miss Miao, Miss Sorriso e Miss Fascino.
Non sono tra le vincitrici, ma nemmeno ci contavo. La cosa bella è che ci riempiono di gadget. Ora che tutto è finito non vedo l’ora di tornare dietro le quinte, cambiarmi e andare a casa. È quasi mezzanotte e sono stanchissima. È stata una giornata diversa e, per molti aspetti, divertente. È stato un bel gioco, con un bel fine, ma ora basta. Il mestiere della modella non è per me, ora voglio solo andare a dormire.
Domani mattina mi sveglio presto, domani mattina torno alla normalità.
Domani si scala!!
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lunedì 7 luglio 2014

La Nord dell'Eiger

Il sole iniziava a scendere dietro le montagne e l’ombra delle imponenti cime del gruppo del Bianco si allungava sulla valle. La Doire de Ferret non scintillava più, anche se ancora si sentivano le sue acque scrosciare.
Si stava facendo tardi, a questo pensava mentre assicurava il socio. Si stava facendo inesorabilmente tardi. L’aveva perso di vista dietro quello sperone, dove il tiro aggirava una pancia con un passaggio, a detta del socio, illogico.
Le corde scorrevano nel secchiello, per una volta non attorcigliate, lentamente ma con continuità. Lui stava ancora salendo. Si sarebbe accorta quando fosse arrivato in sosta, perché avrebbe tirato solo la corda blu per legarsi con il barcaiolo, in una piccola abitudine che avevano preso, quella di assicurarsi lui sempre con la blu, lei sempre con la gialla. A quel punto lui l’avrebbe assicurata alla piastrina e lei sarebbe potuta partire. Sperava che lui salisse in fretta, voleva che lui salisse in fretta, che poi avrebbe cercato di uscirne velocemente anche lei, in un modo o in un altro. Non le importava come, ma voleva arrivare in cima, voleva finire quella via e scendere, prima possibile. Era stanca, le scarpette le facevano male, ma soprattutto era preoccupata per le doppie e per l’ora tarda: sapeva già che non avrebbero potuto seguire la via appena scalata, perché questa piegava tutta verso sinistra, con due tiri del tutto in traverso; sapeva che dovevano calarsi nel canalone che si apriva a destra, ma senza sapere dove fosse la sosta. Le scarne indicazioni trovate su internet dicevano “sosta da cercare” e loro non erano esperti nel cercare soste, tanto meno ad approntare soste di fortuna.
Improvvisamente vide scorrere solo la corda blu. Evidentemente lui aveva raggiunto la sosta e infatti, poco dopo, dalla radiolina arrivò la voce gracchiante: “Molla tutto”. Liberò le corde dal secchiello e comunicò un semplice “Libero!”. La semplicità nelle comunicazioni è essenziale quando non ci si può vedere.
Il socio recuperò le corde e gracchiò dalla radio: “Sei assicurata in sosta”. Infilò le scarpette, recuperò tutto il materiale e annunciò “Parto”.
Salì più rapida che poté, seguendo la fila di rinvii. Sapeva che la testa l’aveva abbandonata da un pezzo, da quel traverso al quinto tiro che l’aveva messa mentalmente KO, così doveva andare, non pensare, un appiglio dopo l’altro, un appoggio dopo l’altro e anche quell’ultimo tiro sarebbe terminato. Aggirò la pancia con decisione e salì, salì ancora per una placca ben appigliata, fino ad una cengia erbosa, piena di quell’erba lunga che pungeva le mani e le gambe e che non sapeva mai bene come gestire, perché aveva paura che una zolla le rimanesse in mano, o che all’improvviso franasse tutto da sotto i piedi. Cercò un appiglio un po’ più buono in mezzo a tutta quell’erba fastidiosa e si issò sulla cengia.
Trovò il socio che la aspettava e ancora un po’ di sole, non ancora scomparso del tutto dietro le guglie delle Grandes Jorasses, quel sole che dietro di lei illuminava le placche di Pre de Bar e il rifugio Elena.
Avevano finito; erano in cima. Tirò un sospiro di sollievo. Quell’ultima metà del tiro non avrebbe voluto salirla: arrivati alla sosta sotto avevano pensato che la via fosse finita lì, ma poi, alzando lo sguardo, avevano visto di nuovo una serie di spit e avevano capito che quella era la sosta intermedia, quella indicata come “sosta su un prato”, necessaria per le doppie, ma che la fine della via era più in alto. Avrebbe voluto dirgli “Lasciamo perdere la cima, fermiamoci qui!”, e sapeva anche che se glielo avesse chiesto, lui avrebbe rinunciato all’ultima metà del tiro, ma sarebbe poi stato profondamente insoddisfatto e si sarebbe adombrato. E comunque anche lei, sotto sotto, ci teneva a finire la via, a non lasciare le cose a metà.
Ed ora erano in cima, e non c’era nemmeno il libro di vetta da firmare; peccato, ci teneva a quel piccolo segno, a quel ricordo lasciato ai successivi ripetitori, un gesto che diceva “Io sono stata qui”. Ma il libro non c’era e bisognava iniziare con le doppie, che la discesa era lunga, così come le ombre della sera.
Si voltò a osservare il panorama, maestoso da mozzare il fiato. Scattò un paio di foto, che sapeva non avrebbero reso l’idea di quello che stava osservando. Vide in lontananza un puntino luminoso e riconobbe le ultime macchine parcheggiate appena prima della deviazione sul sentiero. La loro auto era parecchio più in basso, da lì non si vedeva.
“È tardi, scendiamo?”.

La Nord dell'Eiger, da cui il titolo del post, è una via sportiva che si trova nella Conca del Triolet, in Val Ferret. Il nome deriva dal quinto tiro, un traverso, che vuole ricordare, in modo un pò pretenzioso, il temibile traverso della vera Nord dell'Eiger. 


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